Sakuran

Voto dell'autore: 3/5
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SakuranMolto si è parlato della cura ossessiva dell’aspetto formale e visivo con cui la regista Ninagawa Mika si è dedicata a questo Sakuran e della derivazione dal mondo del fumetto, della fotografia e dell’arte Ukiyo-e. La descrizione del mondo crudele e raffinato di Yoshiwara è stata tentata con risultati eccelsi da diversi autori, orientali e occidentali. L’universo chiuso e dominato da regole ferree e rigidissime dei quartieri di piacere è l’ideale per rendere esplosioni di conflitti e passioni. Questo ci è noto e non ci sorprende, così come non troviamo necessaria una fedeltà storica al soggetto. Molto ci si aspetta all’inizio del film, la mostra delle cortigiane separate da sbarre, ingabbiate, come qualsiasi altro “fenomeno” di bellezza, ci introduce con un ritmo incalzante e pungente a un mondo tutto femminile di rivalità e invidie feroci.

Sboccata, ruvida, irriverente, Kiyoha si è costruita una patina di insensibilità per sopravvivere nell’acquario di pesci rossi, perennemente a corto di spazio e ossigeno, della casa da tè. Lei non nasconde la sua ambizione e il suo desiderio e può permettersi di farli pesare.
Il suo percorso è chiaro fin dall’inizio, un percorso di formazione, di maturazione, così come testimoniano con chiarezza gli insegnamenti che le vengono impartiti all’arrivo, quando è ancora una bambina cocciuta. (Ecco il flashback, che arriva in aiuto per recuperare il passato dei personaggi). Poi sarà lei a trasformarsi in maestra.
La ribellione è presente in Kiyoha, come un germe, fin dall’inizio, quando giura a sé stessa di riuscire un giorno ad andarsene e subito, una volta ottenuto il successo, pretende di scegliere gli amanti a cui concedere i suoi favori. La sua ascesa ha un ritmo incalzante e sincopato, avvincente.

Anna Tsuchiya usa la stessa parlata roca della “dark girl” di Kamikaze Girls e forse in questo aiutata da una componente non asiatica che la rende unica, dà vita a una donna combattuta tra l’impulso a scappare e il fascino della corruzione. Però dopo poco alcune scelte narrative deboli ci lasciano insoddisfatti, come se mancasse qualcosa. La colonna sonora gioca a favore, rendendo il film una mescolanza musical e melò, cosa che i suoi modelli hanno saputo fare in modo tutto sommato particolarmente felice. La parata della oiran prescelta, che percorre l’affollata via principale del quartiere su sandali laccati e altissimi, che costringono a incedere scivolando e ancheggiando passo dopo passo, è forse uno dei momenti più riusciti. Ogni movimento in avanti è frutto di una scelta o di una rinuncia e non sono possibili cedimenti o fragilità. La volontà è quella di costruire un’opera bidimensionale, laccata e patinata, senza spessore e in questo magnifico fascino dell’apparenza consiste anche l’impalpabile grandezza delle cortigiane. Forse ci si aspettava che il conflitto tra la voglia di libertà sentimentale e la realizzazione della protagonista in una società dove i codici di comportamento e le gerarchie annullano la volontà e la felicità individuale fossero maggiormente approfondite, ma non era certamente questo che voleva Ninagawa Mika, per questo ci voleva uno dei grandi maestri del passato citati all’inizio e la regista vuole sottrarsi giustamente al confronto, determinata a non perdere i suoi privilegi. Se non fosse per i suoi riferimenti ricchissimi e una protagonista decisamente in forma, potremmo anche dimenticare tutto il resto, ma, comunque sia, Sakuran la spunta sui suoi concorrenti.

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