White-Collar Worker Kintaro

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Salaryman KintaroQuando ve detto va detto. White-Collar Worker Kintaro è un filmetto e irriconoscibile è la mano del regista. In questo lungometraggio, Miike Takashi si abbandona a puro esecutivo tralasciando ogni “eccesso” sia registico che tematico. Paradossalmente il film è più “riuscito” del solito, dove per “riuscito” si intende convenzionale e indi maggiormente fruibile. Solitamente la regia di Miike è la cosa più distante possibile da un’immagine classica, scolastica, di messa in scena, dotata di un ritmo discontinuo, di peso dell’inquadratura variabile, di composizione alterna e durata standard dell’inquadratura, diversa l’una dall’altra. In questo caso invece il ritmo è elevato, la regia totalmente mimetica alla narrazione, coerente e continua. Lo stile – non riconoscibile – evidenzia però l’origine stessa del film ossia l’animazione (Salaryman Kintaro era un manga di Hiroshi Motomiya e poi una serie animata giapponese). L’inizio è da film per la famiglia, una pura salaryman/action comedy mentre sul finale evolve in un coatto film per ragazzi mettendo in scena l’epica cavalcata di una mandria di bikers incazzati, i Kanto Angels alla carica contro i propri nemici.
Kintaro è un salaryman dal cuore d’oro e dal passato oscuro, lavora in una nota azienda ed è in perenne difesa degli indifesi e in conflitto con un suo carismatico boss. La lotta sarà contro i capi di una losca azienda decisa a fare piazza pulita di tutta la concorrenza. Se alla fine il film è anche divertente è la sceneggiatura a lasciare spesso allibiti, con personaggi che appaiono, scompaiono o riappaiono quando non dovrebbero, snodi forzati e celeri, elementi che in altri film del regista funzionavano pure, mentre qui no. Certo ogni tanto ci sono momenti alti come una piccola zona musicale melodrammatica a metà film. O la rappresentazione dell’esplosione di un ufficio in seguito ad un pacco bomba; il primo piano di colui che sta aprendo il pacco si deforma simulando la pellicola che sta uscendo fuori dal binario del traino per poi infiammarsi, una sorta di extradiegesi dell’effetto. Ma tutto qua. Il resto è un piacevole e leggerissimo filmetto. Nonostante tutto, anche se il film è assolutamente un’operina minore e uno dei punti più bassi della carriera del regista, si presta ad alcune riflessioni intratestuali all’opera di Miike. Come facevamo precedentemente notare nel Dossier della rivista Nocturno, Il Fantasma della Libertà, riferendoci al valore della famiglia nell’opera di Miike, “Stessa dinamica (rispetto a Dead or Alive) avviene in White-Collar Worker Kintaro; solo quando il protagonista verrà attaccato nei propri legami di sangue, in questo caso il figlio, farà riemergere il proprio passato, scatenando una vendetta e capitanando un esercito di bikers, i Kanto Angels, contro i propri nemici”.
Sempre all’interno dello stesso articolo poi si evidenziava un’anomala somiglianza tra il finale di questo film e quello del suo Zebraman: “va notato il parallelismo tra questo film (Zebraman) e White-Collar Worker Kintaro; entrambi i film posseggono un finale praticamente identico, ossia il protagonista che dopo essere stato processato, esce dal tribunale nel mezzo del tripudio della folla che lo ama, nonostante abbia abbandonato i panni del perfetto impiegato. In entrambi i casi si valorizza l’uomo nuovo che va contro gli obblighi di facciata, imposti dalla società, senza però mai cadere nell’errore di tradire pubblicamente la propria famiglia”.
Tra gli attori infine, oltre a numerose facce di routine del regista, va menzionato soprattutto il carismatico Yamazaki Tsutomu personaggio fumo/alcool/violenza-irremovibile, una delle tante facce scolpite e maledette del cinema giapponese.

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