Samurai Wolf

Voto dell'autore: 4/5
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Chanbara di inizio carriera che conferma –se ancora ce ne fosse bisogno- l’importanza pionieristica del regista e la propria straordinaria capacità inventiva e narrativa. C’è già tutto dentro, spaghetti western, Sergio Leone, Tsui Hark, King Hu, Sam Peckinpah, tutti passano idealmente attraverso la lezione di questo grande maestro mai abbastanza celebrato. Sorta di trait d’union ideale tra il western classico statunitense, il nuovo cinema d’azione giapponese, il wuxia di Hong Kong e lo spaghetti western, falciato dall’ennesima conferma di un bianco e nero arido e accecante.
Lo stile e l’inventiva regnano sovrani, ogni inquadratura è un quadro di sapiente e precisa composizione, un’ikebana di celluloide. Le violentissime (per l’epoca) e virtuosistiche sequenze d’azione sono poi caratterizzate da una particolare attenzione all’utilizzo del sonoro e da alcuni ralenti che fanno scuola. Ad ogni duello l’ambiente audio si spegne lasciando spazio solo ad alcuni suoni isolati, solitamente il clangore delle spade, amplificato e reso cacofonico dal ralenti che aggredisce la mobilità spaziale dei personaggi.
Tematicamente siamo di nuovo all’interno di una continuità narrativa col passato senza che questo possa fare emergere un sentore diffuso e fastidioso di deja vù.

Kiba Okaminosuke (un intenso Natsuyagi Isao) è un samurai errante che giunge in un paesello isolato e lì si ferma divenendo parte di un intrigo di donne, politicanti e guerrieri più o meno virtuosi. Il suo codice d’onore cavalleresco è la sua fortuna quanto la propria maledizione. Sul finale quando il suo avversario si mostra ferito ad un braccio, decide di legarsi il suo corrispettivo onde battersi a parità di possibilità motorie. E poi via, come i “tre samurai fuori dalla legge”, lasciando alle spalle storia e amanti verso un’altra città (e verso un sequel uscito l’anno successivo).

Tra il cast segnaliamo anche Miyazono Junko nei panni di una cieca, due anni prima della sua “nota” trilogia della Poisonous Seductress. Gosha va recuperato in toto, studiato e pregiato del giusto riconoscimento.

 

 

 

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