Sarkar

Voto dell'autore: 4/5
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Ram Gopal Varma ha dichiarato testualmente che i suoi due successi di Satya e Company non fossero altro che le prove generali per questo Sarkar, film che a suo avviso andava a chiudere un’ideale trilogia sul crimine del “delitto e castigo”. Trilogia che si è poi ampliata nel 2008 con il riuscito sequel Sarkar Raj. Chi l’avrebbe mai detto ai tempi degli altri film sopracitati quando già gridavamo al miracolo?
Sarkar vuole essere inoltre –vista la dedica ad inizio film- un omaggio alla saga de Il Padrino, senza forzatamente esserne succube, debitore e passivo plagio. Il regista riesce in tutto dirigendo un noir di rara epica, tensione e intensità.

Sarkar (Amitabh Bachchan) è un vecchio boss malavitoso che ha istituito una sorta di forma alternativa di governo popolare. Chi subisce torti chiede aiuto a lui nella speranza –solitamente accolta- che l’uomo si faccia protettore degli interessi del popolo. Sarkar ha il controllo del territorio e ogni affare più o meno lecito passa e deve passare attraverso le sue scelte. La violenza e l’omicidio sono armi per mantenere il rispetto sempre dietro una sorta di codice morale molto personale. Ovviamente la sua azione è supportata dai poveri, perennemente sopraffatti dai potenti, ma avversa a politicanti vari e da gangster che nella zona vorrebbero produrre affari illeciti non permessi dal boss. Come se i problemi non mancassero un conflitto interno alla famiglia si muove; da una parte un figlio ribelle pronto a passare dalla parte del nemico e a ipotizzare un patricidio, dall’altra un altro (Abhishek Bachchan, il vero figlio dell’attore Amitabh Bachchan) appena tornato dagli States e poco abituato agli affari malavitosi ma pronto a seguire con acume la filosofia paterna.

Immenso successo di pubblico e critica il film in effetti mostra una straordinaria maturazione stilistica per il regista; un noir raramente così “nero”, fatto di tagli di luce, primi piani scolpiti, enormi zone d’ombra che annegano i personaggi, straordinari visi capaci di trasmettere una tensione realmente palpabile. Le musiche sono usate con generosità e forza, elemento che poi raggiungerà un eccesso anche epico nel sequel. La regia regala invenzioni, trovate, movimenti inventivi e inaspettate soluzioni, su un ritmo tutto sommato più che pacato ma terribilmente teso. Più rigoroso del sequel, il film è un blocco di marmo  nero, sorta di lapide funerea del noir indiano.

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