Satya

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“Satya”, termine appartenete alla religione indiana e che sta per “irremovibile”, “costante” e al contempo, in un’altra accezione, “verità assoluta” è il primo film di quella che viene comunemente definita come la trilogia del crimine di Ram Gopal Varma, seguito da Company e D. L’opinione comune muterà poi successivamente in vista dell’uscita del bel Sarkar, quando, su parole dello stesso regista, questo film e Company non risulterebbero altro che le prove generali del titolo citato e primi due capitoli di un’ipotetica trilogia del “delitto e castigo”. Ma, voci a parte, Satya è un classico del cinema indiano, film di svolta verso una direzione di cinema più deliziosamente di genere, più brutale, anche più internazionale. Partita portata avanti sempre con forza dal regista che ha cercato perennemente di spingere un respiro più ampio di quello del cinema locale, smussandolo, anche spersonalizzandolo, perché no, ma ottenendo, facendo la sua abbondante parte, una direzione di maggiore apertura verso l’esterno. Fosse solo questo non avrebbe grossi meriti. Il fatto è che Ram Gopal Varma è anche un ottimo regista e un magistrale narratore e questo Satya si è inserito con forza tra i titoli più rappresentativi del cinema locale e di un filone che negli anni, specie in Asia, ha avuto forza dirompente e rivoluzionaria nelle relative nazioni. Pensiamo ad esempio al coreano Friend o al thailandese Dang Bireley’s and Young Gangsters, tutti film che in un modo o nell’altro hanno incarnato parte delle new wave locali indicativamente sempre negli stessi anni.
Varma, anziché seguire la linea nazionale di girare in studio getta l’azione per le strade della città, riproducendole in interni solo in parte e lasciando mano libera agli operatori per dare un tocco di realismo all’azione. Il risultato è sicuramente efficace e perturbante.

Parte big timer (genere che andava fortissimo ad Hong Kong in quel periodo), parte melodramma, narra la storia di Satya (J.D Chakravarthy), uno sconosciuto giunto a Mumbai. Burbero, inarrestabile fa in un attimo ad entrare in una delle gang locali e ad influenzarne dall’interno gli sviluppi sempre più luttuosi. A frapporsi tra il successo e la deriva è la scoperta del sentimento, in questo caso nei confronti di una donna (Urmila Matondkar) che incarna l’essenza dell’innocenza e dell’ingenuità.

Il film è stato uno straordinario successo di pubblico e di critica e ha fatto furore ai Festival, confermando il nome del regista tra quelli da osservare con una certa continuità e impazienza. Quindici anni dopo, nel 2013, sarebbe giunto un remake ad opera dello stesso regista, Satya 2.

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