Scabbard Samurai

Voto dell'autore: 5/5
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SayaZamuraiMatsumoto è uno dei pochissimi registi per cui valga ancora la pena guardare il cinema. Un uomo d’arte capace in tre film di costruire tre diversi universi personali e inediti, con una competenza e maestria nella messa in scena che in questo film raggiunge il climax. Qualcuno potrà obiettare che Saya-zamurai (il titolo originale del film) possa trattarsi di un film normalizzato rispetto ai furori passati; in parte vero, ma al contempo il regista e attore fa di tutto per andare controsenso e offrire appena possibile qualche scelta assolutamente impopolare. E’ anche il suo film più cinematograficamente perfetto; la regia e il montaggio producono una progressione narrativa di una precisione cristallina, tempi e ritmi infallibili, slanci melodrammatici sempre efficaci e accessi comici irresistibili. E’ sicuramente il suo film più Kitaniano, nome non tirato in ballo casualmente visto che Matsumoto è una sorta di diretto concorrente dell’altro maestro giapponese fin dai suoi successi televisivi. Ma il carico emotivo che il film regala non è quello della risata amara o agrodolce kitaniana ma più vicina a quella scissa, di contrasti, dello Tsui Hark di The Lovers. Raramente si presenta in questo senso l’ambiguo; o si è su un lato o sull’altro, e anche l’ambiguità possiede un effluvio di chiarezza e aura che ne rivendica l’entità.

Il Saya Zamurai del titolo originale è un uomo che ha perso la moglie a causa di una malattia e al contempo la sua spada e si trascina in fuga con sua figlia. Catturato viene sottoposto ad una sfida lunga 30 giorni; dovrà ogni giorno, con una trovata diversa, tentare di far tornare il sorriso ad un bambino, figlio del governatore locale, che ha subito un trauma il giorno che ha perso la madre. In caso di fallimento sarà condannato al seppuku, il suicidio rituale.

Due traumi paralleli, quindi, la perdita di una donna che porta ad una seconda perdita (la spada del samurai da un lato, il sorriso di un bambino dall’altro). La lotta per vivere e sopravvivere, deprivati del motivo stesso di vita. Uno stuolo di personaggi paralleli in stato di grazia e una prova di attori monumentale con lode per la piccola protagonista Sea Kumada, undicenne straordinariamente brava e intensa. Intorno troviamo poi Ryo (Gemini), Itsuji Itao (Karate Robo Zaborgar), Masatô Ibu (Gohatto), Jun Kunimura (Audition) e lo straordinario Takaaki Nomi nei panni del protagonista, un attore non professionista scoperto anni fa dallo stesso Matsumoto e inserito all’interno di un suo show televisivo; regala una prova d’attore di elevatissima qualità donando tutto il suo corpo nel nome dell’arte. Il surrealismo del regista è sempre dominante ma stavolta inscatolato nella disciplina di un chanbara che se sembra un genere messo lì solo lateralmente alla fine finisce per essere abbracciato nella sua totalità, nel senso dell’onore, nell’eternità degli eroi (del doppio finale), nel debito non solo verso la gang ma anche paterno. E’ qui che il melodramma esplode improvviso, forse non imprevisto, ma sicuramente temuto. L’unica microscopica ombra sul film è una brevissima voce off/flashback messa lì per ribadire un gesto già di suo facilmente comprensibile (ma sia mai, mai sopravvalutare l’intelligenza dello spettatore). Insomma, in soli tre film Matsumoto si rivela un regista di altissima lega al pari dei grandi e ci regala un enorme gioiello in ampio odore di capolavoro. Sicuramente una della visioni più illuminanti del 2011.

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