Scandal Makers

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Scandal MakersPare proprio che ai registi esordienti coreani sia consentito l’accesso a mezzi e fondi che dalle nostre parti nemmeno possiamo sognare, e Scandal Makers ne è un’ulteriore conferma. Pur trattandosi di un progetto a medio budget, se ne può intuire l’alto profilo già a partire dagli stilosissimi titoli di testa, dalla schiera di attori di primo livello, dalle scenografie, dal commento musicale calibrato e puntuale, dalla padronanza della narrazione e del montaggio. Le motivazioni sono molteplici, prima fra tutte il decisivo impatto che deve avere esercitato il copione del regista sugli investitori (il principale dei quali è il regista Ahn Byeong-ki). Vecchio di tre anni, durante i quali è stato riscritto e perfezionato un centinaio di volte, lo script – premiato ai Baeksang Art Awards – strada facendo, si è arricchito di tanti piccoli quadri e gag e ha raggiunto una coesione e un ritmo invidiabili.
In secondo luogo, tutto il cast è eccellente, ma l’unico attore di forte richiamo è Cha Tae-yeon – talento comico-surreale sulla cresta dell’onda fin dall’immenso successo di My Sassy Girl – mentre la brava Park Bo-yeong è diventata una stella proprio grazie a questo film. Ci sono poi innumerevoli cameo, fra i quali l’attore-cantante Hong Kyung-min, che, a quanto pare, è stato pagato con un videogioco!
Inoltre la trama si presta a occasioni comiche a ruota continua: Cha è un DJ-scapolo impenitente che scopre di essere non solo padre, ma pure nonno, innescando tutte le vicissitudini e gli equivoci del caso. Occasioni che fortunatamente sono state sfruttate a dovere in un susseguirsi di trovate esilaranti che non scadono mai nel volgare o nel banale, comoda scorciatoia per ottenere facili risate. Forse proprio qui sta il segreto dell’enorme successo di Scandal Makers: Kang sa mantenere una verve grottescamente comica, ma non demente, e un’andatura sostenuta, con pochi tempi morti. Solo il finale si inciampa e cade in una melensaggine che ha del televisivo. Altro nodo nevralgico in cui il film perde punti è la scontatezza dei personaggi, troppo stereotipati e di conseguenza troppo automatici; è perfino difficile non intuire la svolta finale nei sentimenti del DJ.
Certo è che nel panorama scialbo e approssimativo della commedia coreana, l’enorme successo al botteghino di Scandal Makers – merito soprattutto del passaparola fra spettatori di varie fasce di target – non è altro che la diretta conseguenza di un rispetto verso il pubblico e di una cura per la qualità che lo distuingue dalla massa e ne fa un cinema di idee e di spunti comici, frizzante e facile da seguire, con dei protagonisti deliziosi. Non stupisce che abbia conquistato il primo posto, quale commedia, nella classifica coreana di tutti i tempi e il secondo nella classifica del pubblico del 11° Far East di Udine.
Sebbene sia vero che alcune situazioni o soluzioni tecniche sembrino fare l’occhiolino ai ben più ricchi parenti d’oltreoceano, tacciarlo di essere troppo hollywoodiano sarebbe fuorviante. Il modo di trattare la storia, i rapporti tra i personaggi, perfino l’assunto di base sono così tipicamente coreani che si prospettano inevitabili stravolgimenti nel remake già opzionato da Barry Sonnenfeld.

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