Sceneries of New Beginnings

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,00/5: 2 voti]

Sceneries of New Beginnings

“A volte un dolore sconosciuto assale nella notte.

Un’oscurità schiacciante cresce a poco a poco nel cuore di un uomo, mentre una donna si spende per stargli vicino nonostante non ne capisca la sofferenza”.

 

Shinohara Atsushi  esordisce alla regia e sceglie un tema delicatissimo quale quello della depressione. È sincero e trasparente quando ammette di esserne stato afflitto e quando ci fa intuire che il soggetto del film si basa sulla sua personale esperienza, sulla sua percezione di questa malattia che solo malattia non è, ma è qualcosa di più denso e paralizzante, un dolore per l’appunto sconosciuto, un’oscurità schiacciante.

Un’ inquadratura fissa sul piccolo ambiente domestico ci introduce alla vita di una giovane coppia, scandita da gesti abituali e che si ripetono uguali giorno dopo giorno. È una sequenza precisa e infallibile: lei versa il caffè a entrambi, lui aggiunge un goccio di latte, lui si lava i denti, lei prende le loro giacche e lo aiuta a sistemarsi la cravatta, e così via. Giorno dopo giorno, la reiterazione dei gesti forma l’immagine di una vita condivisa, di un equilibrio, di uno stare assieme che è consapevolezza della necessità di un’alleanza. Ma qualcosa poi improvvisamente si incrina, sopraggiunge quel male oscuro che si insinua a poco a poco nel corpo dell’uomo e che lentamente lo divora: alcuni gesti iniziano a perdersi, iniziano a mancare la volontà e la forza di andare a lavoro, di mangiare, di uscire.  L’inquadratura fissa registra i tasselli che mancano, quei sorrisi ormai forzati di chi non sa più rispondere alle domande, ai “perché” che diventano sempre più incalzanti. La macchina ora lo riprende con lo sguardo apatico perso nel vuoto, steso sul divano o riverso sul pavimento come se dovessimo anche noi scrutare in quegli occhi spenti e capire cosa sia successo, capire il “perché”.  Ma il perché non esiste o non esiste una spiegazione; viviamo quindi frustrati, e all’inizio ci affanniamo come si affanna la graziosa Hirosawa Sou, quell’altra metà della composizione che nell’unità con il compagno è completa e perfetta, ma che, davanti alla possibilità di una rottura, si scopre in un rapporto di dipendenza ipertrofico. Del resto della protagonista ci viene raccontato che è orfana, ed è l’uomo stesso a offrirle l’opportunità di riscatto da una vita di solitudine. Si capisce, dunque, l’angoscia duplice che attanaglia il suo cuore: l’incapacità di essere in qualche modo d’aiuto al proprio uomo, che vive ormai sordo a qualsiasi stimolo, e la paura di ritrovarsi di nuovo senza sicurezze.

Matura pertanto in lei una sorta di rassegnazione, che però non è abbandono, ma si fa partecipazione, attesa e silenzio.  Qualcuno chiama tutto ciò amore. Quando ella s’accorge dell’inutilità di qualsiasi pressione o forzatura, quando l’angoscia raggiunge il suo zenit, quando ormai nulla della vita a cui avevamo fatto l’abitudine è più al suo posto, la riconciliazione dell’unità si compie attraverso una totale identificazione nel male dell’altro: i tasselli vanno quindi ricomponendosi in forme nuove, di entrambi è il non mangiare, di entrambi è il fissare il vuoto alla finestra, di entrambi è lo smarrimento. Il processo è di nuovo lento e nuovamente reiterato, lo scenario è ancora cambiato. L’epilogo vede un nuovo mutamento. Shinohara, infatti, chiude la sua opera prima con la speranza. Il protagonista, da lui stesso interpretato, quasi come se il “sacrificio” della compagna rappresentasse uno specchio rivelatore, inscena un suicidio che è una fine fittizia. Egli riprende gradualmente le sue piccole cose, riprende a mangiare con appetito, ad andare al lavoro. Come in un ciclo vitale che si ripete identico a ogni inizio, rivediamo la camera fissa puntare la stessa sequenza di gesti e azioni esattamente come tutto all’origine.

La parola fuukei in giapponese ha un significato duplice: può indicare il panorama fisico, lo scenario che si apre davanti agli occhi, ma anche il panorama interiore, ossia ciò che ogni uomo serba nell’animo. L’appena trentenne Shinohara ci cala verosimilmente in una depressione di piombo, come solo chi l’ha vissuta in prima persona potrebbe fare, però non ci stacca mai dalla corda che può guidarci verso la risalita, ossia quell’amore che è katakuna, ostinato, tenace, caparbio e inarrestabile. E la risalita è un nuovo, felice panorama, anche se è fatto delle solite piccole cose di sempre.

CONDIVIDI: