Scent of a Spell

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Mashou no KaoriÈ sempre difficoltoso ricostruire i percorsi del cinema giapponese degli anni ’80 a causa di diversi concorrenti fattori. Da una parte la critica anglofona lo riteneva inferiore a quello della decade precedente, lo abbandonò un po’ a se stesso e poco investì nella sua analisi e dall’altra molte case cinematografiche dovettero sopperire ad una crisi figlia di difficoltà economiche e grossi stravolgimenti societari. Erano gli stessi anni in cui si affermarono registi del calibro di Somai Shinji (Sailor Suit and Machine Gun, Typhoon Club) e Ishii Sogo (Crazy Thunder Road, Burst CityThe Crazy Family). Se dei produttori si può dire che ebbero coraggio nell’investire su prodotti innovativi, della critica si può invece notare la miopia nell’interpretare nuovi fenomeni culturali giapponesi come le Idol e in generale quel nuovo cinema indipendente che avrebbe germinato la supposta «rinascita» negli anni ’90 nel new horror e dintorni.

Eppure bastava guardare i crediti e scoprire che sia Somai che Ishii, ma anche Kurosawa Kyoshi con Kandagawa Wars operarono per la stessa casa di produzione dal temibile esterofilo nome “Director’s Company”. Legata a doppio filo con la gloriosa ATG a cui spesso si poggiava per la distribuzione si adoperò a perseverare sulla stessa geniale intuizione di dare fiducia a giovani cineasti, che si erano fatti le ossa nelle seconde file di produzioni a basso costo, nello specifico nel mondo dei pink eiga. In questo senso la storia degli anni ’80 è di fatto anche la storia dello strano intreccio tra Ikeda Toshiharu e Ishii Takashi con questa produzione.

L’anno prima di Scent of Spell, Ikeda diresse il più fortunato Mermaid Legend che vinse qualche premio al festival di Yokohama e in qualche modo gli aprì un piccolo spiraglio di personale gratificazione artistica. Fu probabilmente sull’onda lunga di questo film che la compagnia decise di produrre non solo il presente film, ma anche l’invisibile Cursed Village in Yudono Montains nello stesso anno e poco prima del clamoroso caso che fu Evil Dead Trap. Nel frattempo era entrato nell’orbita della produzione anche il grande amico Ishii Takashi. Come noto, data l’innumerevole quantità di talenti, ci mise un bel po’ prima di prendere una direzione univoca ed esordire dietro la macchina da presa, ma prima di quel momento lasciò una scia di manga, storyboard e sceneggiature. In questo stesso frenetico periodo disegnò il bellissimo poster di The Lonely Hearts Club Band in September di Nagasaki Shunichi, prodotto e distribuito dalla ATG, scrisse Love Hotel di Somai e Scent of a Spell, prodotti dalla Director’s Company e distribuiti dalla Nikkatsu, ma anche il già citato, incredibile, seminale e futuribile Evil Dead Trap.

Il talento di Ikeda a suo modo è sempre stato legato a doppio filo a quello dell’amico. Nella memorabile sequenza iniziale è più facile riconoscere il cinema del secondo che il tratto del primo, che invece era ben visibile nel precedente Mermaid Legend. C’è una pioggia d’inferno mentre Akiko (Adachi Mari) cammina su una banchina del porto osservata da Tetsuro (Johnny Ohkura). La donna ripone la borsa e le scarpe prima di tentare il suicidio mentre la pioggia continua ad isolare i due dal resto del mondo. Lo stratagemma fa parte del linguaggio visivo tipico di Ishii, che più volte ha dichiarato come serva per l’appunto da schermo tra i suoi personaggi e lo sfondo, atto ad enfatizzare teatralmente i loro gesti. E funziona sul serio grazie anche al coadiuvante sonoro fornito dal contrappunto di piano del Nocturne in G minor, Op. 15, No. 3 di Chopin. Lo sguardo di Tetsuro diviene, grazie a questi trucchi, quello di un uomo che si innamora al primo sguardo, che non può certo lasciare annegare una sconosciuta.

La follia del cinema di Ikeda vuole però che il percorso seguito, per quanto alto, non si discosti molto dal dizionario dei Roman Porno in cui iniziò la carriera. Frequenti sono le scene in cui vistose sfocature avvolgono i due amanti. La cosa curiosa è che la sfocatura, il fuori fuoco e gli artefatti al di là delle ovvie scene di amplessi, sembrano un gradevole vezzo, che ritorna anche in altri momenti del film come alcuni onirici frammenti sonori e il tragico finale. All’epilogo torna la pioggia, torna il notturno di Chopin e scendono le lacrime copiose sul volto di Akiko durante il crescendo fatto di rivelazioni e controrivelazioni, in un climax disperato e serrato con pochissima azione, se non un’ultima disperata scopata prima di un commiato. Deve essere quello il profumo del male (Mashou no Kaori) a cui fa riferimento il titolo.

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