Seopyeonje

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Ogni cinematografia presenta un certo numero di pellicole che possono essere definite come opere nazionali, ovvero film che tramite la loro storia, caratteristiche e così via sono in grado di dare una descrizione della cultura di un paese. Ovviamente la Corea del Sud non è da meno, e uno dei registi più importanti che è stato in grado di rinvigorire ultimamente questo forte sentimento di identità nazionale è stato il maestro Im Kwon-taek, il quale ha diretto più di cento film nella sua lunga carriera. 

Con l’uscita di Seopyeonje nel 1993, solo a Seoul oltre un milione di persone si precipitò al cinema per ammirare la bellezza di questa nuova opera che parlava sostanzialmente di due aspetti, la cultura tradizionale coreana, e il confronto di essa con l’incombente modernità. 

La trama, a dispetto della grandezza del film, è tutto sommato semplice. L’inizio vede uno dei protagonisti, Dong-ho (interpretato da Kim Kyu-chul) che è alla ricerca della sorella Song-hwa (Oh Jung-hae) con cui ormai ha perso i contatti da tempo. Tramite flashback ci viene raccontata la storia e la vita di costoro a partire dall’infanzia. Si apprende che entrambi erano sotto la custodia di Yu- bong (Kim Myung-gon), padre adottivo che si prendeva cura dei due e allo stesso tempo insegnava loro una delle più struggenti e celebri arti performative della tradizione coreana, ossia il Pansori. Di villaggio in villaggio ci viene narrato il corso degli eventi di questa famiglia, i loro legami, i problemi e le difficoltà, e l’amore che (non tutti) provano per l’arte che praticano. Alla fine Song- hwa e Dong-ho riescono a incontrarsi, e danno vita alla scena più emozionante dell’intera pellicola. 

Per capire meglio il film in questione è necessario dire due parole sul Pansori. Questa forma d’arte coreana, sviluppatasi dal XVII secolo e tutt’oggi parte del patrimonio immateriale dell’umanità (UNESCO), funziona in questa maniera. Viene eseguita da due persone, una che canta, e l’altra che con un tamburo accompagna con un ritmo leggero. Ciò che viene raccontato sono delle storie del passato, molto spesso tristi e cariche di sentimento. È proprio in questa afflizione che si cela la grandezza di quest’arte, un tormento che rappresenta una delle caratteristiche della cultura di questo paese. È un dolore che viene espresso attraverso il canto, una sofferenza che in coreano viene chiamata han. 

Quest’opera di Im Kwon-taek dunque, attraverso le performance dei protagonisti ci racconta come doveva essere la vita in una Corea appena diventata indipendente, dove piano piano l’arrivo della globalizzazione portava il rischio di perdere le proprie tradizioni e la propria identità, concetti appunto interpretati dai personaggi principali. Allo stesso tempo ci viene descritto l’amore che un artista può avere verso la propria arte, e il sacrificio enorme che si è disposti a fare, a volte anche a dispetto degli altri. Il dolore del Pansori rappresenta quindi le sofferenze degli artisti, il timore che le proprie tradizioni vengano dimenticate, e l’indecisione dovuta ai cambiamenti che la vita quotidiana stava subendo, i quali portavano verso un futuro ancora incerto. Assolutamente un must per chi si ritiene interessato alla cultura coreana, Seopyeonje è arte due volte, sia come cinema e sia come musica tradizionale orientale. 

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