Seoul Station

Voto dell'autore: 3/5
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E mentre il treno si dirigeva verso Busan, avendo appena avvertito un vago sentore dello scoppio della pandemia e scoprendo successivamente che la stessa aveva ormai invaso tutta la Corea del Sud, ci soffermiamo questa volta a seguire le vicende che si sviluppano a Seoul durante il dramma, osservandone il focolaio, o uno dei focolai, che proprio dalla stazione si evolve.

Il regista nasce e si fa notare per i suoi traumatizzanti film d’animazione tra cui il capolavoro The Fake ma solo ora raggiunge il successo internazionale grazie al film live action Train to Busan (sequel di questo film, uscito in sala un mese dopo). Non sappiamo se si tratti di lungimirante operazione di marketing o meno ma affiancato al film citato viene messo in produzione anche questo prodotto di animazione che mostra un altro lato della stessa storia senza mai incrociarla direttamente.

 

Paradossalmente ad uscirne vincitore, anche a livello qualitativo e di rigore interno, è proprio il film con gli attori in carne ed ossa. Il problema maggiore di questa versione animata è una sceneggiatura a volte troppo frettolosa e un comparto grafico che se riusciva a funzionare nei precedenti film più pacati, in un titolo come questo in cui abbonda l’azione non sempre riesce ad essere competitivo e all’altezza delle ambizioni della storia narrata.

 

Va comunque notato come il regista tenga per questo Seoul Station tutte le proprie manie e interessi, anche quelli più impopolari e lasci una visione leggermente più pop e patinata, e quindi di facile accesso, per la versione live, scelta impopolare e con il senno di poi assolutamente vincente. Se il film con gli attori  in carne ed ossa era vistosamente politico e mostrava una sorta di lotta di classe all’interno di un treno raccontando uno scontro diretto tra le classi meno abbienti e i ricchi del paese, in Seoul Station si concentra invece su una scelta ben più politica e attuale finanche meno sfruttata e risaputa.

 

Non va solamente a porre tra i protagonisti gli strati socialmente più bassi della popolazione, in questo caso principalmente barboni e uomini senza fissa dimora, ma va addirittura a lavorare sull’eterna “guerra tra poveri” dove due sono le categorie a scontrarsi ovvero quella appunto dei clochard e quella degli zombie visti sul finale, dal potere politico, addirittura alla pari e abbattute in egual modo. Ci troviamo quindi in una guerra tra umani e zombie che si scontrano tra di loro cercando di sopravvivere mentre il potere come al solito si nutre delle loro “energie” tenendosi a debita distanza. Una visione abbastanza moderna e contemporanea, figlia delle politiche migratorie e della proposizione di “nemici” sempre nuovi e ai margini da far scontrare tra loro al fine di non farli focalizzare sul nemico principale che dall’alto li manipola, si stabilizza e alimenta dalle energie investite nello scontro.

 

Un film quindi non completamente riuscito ma che contiene comunque alcune sequenze particolarmente rilevanti che almeno sulla carta sono di indubbia efficacia tra cui il finale all’interno di un enorme mobilificio in cui i personaggi si muovono attraverso cicliche e numerose stanze di sempre maggiore pregio che cozzano con il loro status sociale. Sicuramente il film meno rilevante del regista ma un’opera che si va affiancare a Train to Busan completandone in maniera feroce ed efficace la radicale poetica interna.

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