Seventh Code

Voto dell'autore: 3/5
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Akiko (Atsuko Maeda), una ragazza giapponese vola a Vladivostok in Russia per cercare, senza apparenti indizi, Matsunaga (Ryohei Suzuki) che non riesce a togliersi dalla testa dopo un incontro di una sera a Tokyo. Si, lo pensiamo anche noi che come pretesto narrativo sia già poco credibile. Ma il film ne inanella molti altri.
Strano progetto questo thriller di Kiyoshi Kurosawa che ricorda piacevolmente il suo periodo di gioielli come Serpent’s Path e Eyes of the Spider.
Durata secca di un’ora e una ragazza giapponese che va in russia e trova cinesi, russi e inglesi. Sono tutti elementi singoli che sommati però non danno come risultato un “tutto” organico e convincente. L’oggetto più esile è infatti la sceneggiatura dello stesso regista, troppo spesso poco credibile, a volte troppo facile nelle svolte narrative e copiosamente prevedibile in quella specie di twist finale (gli indizi disseminati erano macroscopici e le casualità della scrittura troppo sfacciate per non rivelare “qualcosa”). Inoltre per quanto affascinante la Russia messa in scena dal regista, Kurosawa non è Balabanov senza nulla togliere al regista giapponese, non restituisce mai un senso del perturbante reale come nel Cargo 200 del maestro russo. Ne esce una location asettica e fuori dal tempo, con qualche anomalo spazio crudo coerente con altre visioni passate del regista.
Atsuko Maeda, in un ruolo così complesso e controllato mostra i propri limiti come attrice e ne esce meno bene che in Tamako in Moratorium; ottima prova comunque, se pensiamo alle sue origini come idol nelle AKB48.
La regia di Kurosawa è invece classica e sempre sotto controllo, perfettamente in linea con le sue prove migliori e regala un finale, a montaggio alternato con un live della Atsuko, come a rivendicarne l’origine canora, che è probabilmente la sequenza migliore del film e più vicina alla propria poetica (seppur di nuovo narrativamente scritta con i piedi).

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