Sha Po Lang

Voto dell'autore: 4/5
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Sha Po LangOrmai è un po’ che le sorprese nel cinema di Hong Kong giungono a fine anno.
SPL (Sha Po Lang) è il nuovo, sospirato, atteso, (di)sperato film di Wilson Yip e il tanto agognato suo ritorno al noir. Cerchiamo di essere chiari e obiettivi, eliminiamo subito i paragoni scomodi con i due “capolavori” del regista, Juliet in Love e Bullets Over Summer, eliminiamo i paragoni perché nulla hanno in comune i due film con questo, quindi è inutile rivangarci intorno ed è inutile rimpiangere i bei tempi andati; la nostalgia non fa tornare i film belli. SPL era atteso per un fiume di motivi; il ritorno appunto del regista, il ritorno del regista al genere, un cast a dir poco stellare, il ritorno di Sammo Hung al cinema serio con la esse maiuscola dopo il fiume di cazzate fatte negli ultimi sette anni, il ritorno insieme di Donnie Yen dopo Seven Swords, insomma un sacco di ritorni oltre che al polverone sollevato intorno all’epica sequenza di duello (in realtà due) tra due colossi del cinema di arti marziali, Donnie Yen appunto e Sammo Hung. Tolte tutte queste pecette colorate e gli urletti promozionali cosa resta? Un film a dir poco straordinario, l’ennesima prova che certo cinema si può fare solo ad Hong Kong, che certo coraggio lo possiede solo il cinema di Hong Kong, che certe competenze, qualità, attori esistono solo ad Hong Kong, che, parafrasando il titolo di un libro uscito un decennio fa, “il futuro del cinema abita ANCORA qui”. Un intro sconvolgente che fa presagire un finale altrettanto sconvolgente se solo i primi minuti sono tanto furiosi. Un film composto di dettagli, di montaggio sia narrativo che linguistico assolutamente libero e non lineare, di  personaggi scolpiti da un mastro artigiano in un film una volta tanto scritto perfettamente, di caratterizzazioni maniacali di ogni figura anche la più minuscola che attraversa il quadro, come solo i fratelli Cohen riuscivano a fare un tempo.
E gli attori, quasi un demo delle capacità di questi grandissimi uomini di cinema. Se a saltare subito all’occhio è la bravura ormai consolidata di Simon Yam e il fatto che una volta tanto Donnie Yen sia diretto discretamente senza poggiare unicamente sulle proprie performance atletiche innegabili (e coatte, bisogna dirlo), è la maturazione di Sammo Hung a lasciare allibiti. Solo un ruolo del genere poteva permettere all’attore di sdoganarsi e far cancellare dai ricordi del pubblico quasi un decennio di spazzatura inclusa la serie TV americana Martial Law di cui qui presenta una traumatizzante versione assolutamente virata al nero. Ne esce fuori una figura sfaccettata, maledetta, violentissima e cinica ma al contempo sferzata da affilate lame di luce, lame provenienti dalla spada di Damocle sentimentale che pende sulle teste e destini di tutti i personaggi. Nessuno è buono, tutti sono cattivi, ma il bene spinge per uscire, per affrontare un destino perennemente ostile rappresentato di volta in volta dalla malattia, gli affetti, la perdita, ogni personaggio è uguale e diametralmente opposto agli altri, sia bianco o nero, la sua essenza è un cappuccino morale, un melange di sensazioni, di yin e yang con un  passato che riemerge (sia esso positivo o negativo) e con cui confrontarsi comunque prima della morte. Chi vince? Chi perde? Chi vive? Chi muore? Tutti. Nessuno. Ma non basta. Liu Kai-chi provoca brividi gelidi sullo spettatore, la sua performance merita assolutamente il giusto risalto e ci sembra ovvia la sua nomination come attore non protagonista alla 25esma edizione degli Hong Kong Film Awards. Wu Jing fa quasi impressione; così elevata è la sua abilità e il suo funambolismo marziale da far sperare sulle nuove leve per un futuro del cinema marziale made in Hong Kong.

E il film? Il film è un noir. Inutile anche qui stare a parlare di figli di Johnnie To o dell’estetica di Wong Ching Po. Raramente, almeno nell’ultimo decennio, si è vista tanta violenza, furore, accanimento morale del destino deprivato di ogni spirale grottesca e di ironia. Surreale nella figura del killer bianco che appare dall’ombra colpisce solo con un pugnale con una foga e una violenza degna di un mulinex, sgozza e scompare, in un continuo cinico di sequenze violente e sanguinarie prossime all’insostenibile. Ed è qui la mano del regista a fare la differenza, avvicinandosi ai personaggi, rendendo fisico e se non reale, iperreale, ogni violenza fino a far tremare lo spettatore. Il finale mozza il fiato, straordinario, supportato e vale la pena ripeterlo, da un’aderenza degli attori ai personaggi allucinante; bisogna ammirare la performance di Sammo Hung per crederci quando alla fine piange, trema, sanguina e perde saliva. In quale altra cinematografia è possibile o solo immaginabile una sequenza così intensa e sporca in un film mainstream?
La prima sequenza di lotta tra Sammo e Donnie è breve ma monumentale, assolutamente storica, un pezzo di cinema memorabile, che già in sé è un evento. Quella finale è ottima ma di routine anche se si può tranquillamente ammettere che delle sequenze marziali se ne poteva anche quasi fare a meno, non sono l’attrattiva del film, visto che esse vengono continuamente soffocate dal contesto e dalla struttura narrativa. Insomma, si può proporre qualsiasi virtuosismo, ma come farci caso se due scene dopo i poliziotti portano la gente sui tetti dei palazzi e la bastonano in modo sgraziato, violento e privo di ogni briciolo di onore?
Raccontare la tramina una volta tanto non serve a nulla, il film va visto o più che altro va vissuto e subito. Poi ci sarà bisogno di una doccia.
Certo si può obiettare che vent’anni fa film come questo in un certo senso erano routine. Ma basta dare un’occhiata ad una rivista di cinema e guardare cosa esce in Italia in sala. Basta questo a farci correre verso SPL e a celebrarlo come un evento. In un anno di delusioni, il ritorno di Wilson Yip ha del memorabile.

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