Shake, Rattle and Roll 14: The Invasion

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Shake-Rattle-Roll-14Ormai quasi un appuntamento fisso per il pubblico filippino, la serie di Shake Rattle and Roll ha raggiunto quota quattordici episodi con questo Shake Rattle and Roll 14: The Invasion, uscito nei cinema a Natale 2012. La più longeva serie nella storia del cinema filippino vede la luce nel 1984 con il primo episodio, una pellicola horror antologica composta da tre episodi, girati da altrettanti registi, formula che diverrà il tratto distintivo della serie. Durante gli anni ’90 vengono realizzati cinque sequel, l’ultimo dei quali nel ’97. La Regal Film (la casa produttrice dei film) decide nel 2005 di resuscitare la serie e da allora ha prodotto episodi con cadenza annuale.
La principale novità di questo nuovo Shake, Rattle and Roll è la regia unica dietro tutti e tre gli episodi, affidata a Chito Roño, regista noto e prolifico, habitué del genere horror (Sukob, Feng Shui).

Il primo episodio, Pamana vede quattro, incompatibili (sia per carattere che per estrazione sociale), cugini alle prese con l’eredità dello zio, scrittore di fumetti dell’orrore. Stando alle volontà del defunto, gli eredi potranno riscattare i beni solo se dopo venti giorni saranno ancora vivi, e quando le bizzarre creature ideate dallo zio inizieranno a perseguitarli, i quattro capiranno il perché della strana clausola del testamento.
Si tratta forse dell’episodio con le idee più interessanti. Il gruppo mal assortito di cugini e relativi familiari, si trova allo stesso tempo a fronteggiare le bizzarre creature dello zio e a cercare di farsi sgambetto l’un l’altro (in barba ad ogni tipo di solidarietà familiare). Verrebbe da dire che questa commistione tra orrore e commedia si rifaccia a certi horror statunitensi degli anni ’80, ma a guardando meglio il tipo di realtà messa in scena, i personaggi, caricature di particolari tipi sociali e la loro determinazione a tirare a campare a scapito del prossimo, si avverte qualche reminescenza della commedia all’italiana (forse più incidentale che voluta).
Le creature sono volutamente camp e pacchiane, e accanto ai consueti vampiri e fantasmi, troviamo una spettrale fanciulla che si trasforma in cinghiale (!!!) e bambini demoniaci che imprigionano le vittime all’interno di una pellicola cinematografica. Purtroppo l’ottimo lavoro sui personaggi e sugli attori viene troncato da un finale frettoloso e raffazzonato, dovuto molto probabilmente a questioni di minutaggio.
L’episodio seguente, decisamente più corposo, è Lost Command, che vede un gruppo di soldati in missione nella giungla a caccia di un ufficiale disertore che sta rastrellando i contadini locali per formare il suo esercito personale. Ma al contrario del colonnello Kurtz, il Capitano Baltog (questo è il suo nome) e i suoi uomini si sono trasformati in aswang, i temibili demoni-vampiro della tradizione filippina. Ne viene fuori un interessante rilettura bellica del mito vampiresco, penalizzata però da una sceneggiatura che si dimentica di caratterizzare lo stuolo di soldati protagonisti oltre il livello di carne da macello, e da qualche lungaggine di troppo (che risulta pure un po’ scellerata se si pensa a con quanta fretta è stato chiuso l’episodio precedente).
Il trittico si chiude con Unwanted fantascientifico-apocalittico, (e giustificazione per il sottotitolo The Invasion). La storia segue le vicissitudini di un coppia sul punto di rompersi a causa di una gravidanza non voluta che deve fronteggiare un improvviso cataclisma che colpisce il pianeta il 21 dicembre 2012. I due, assieme ad altri superstiti, dovranno cercare di sopravvivere tra le rovine della civiltà e combattere uno stuolo di creature aliene che nel frattempo ad invaso la terra. Rispetto alla semplicità della messa in scena dei due episodi precedenti, questo spicca per il largo uso di set, scenografie ed effetti speciali digitali (un po’ grezzi ma di effetto), che in più di un punto strizza l’occhio a blockbuster come Cloverfield. Alla ricchezza della messa in scena non corrisponde un’uguale densità del plot, debole e lineare, e l’episodio finisce per essere più che altro una sfilata di mostri in computer grafica, con un unico piccolo twist nel finale.

Sia la sua natura seriale che il curriculum del regista tradiscono la natura di film di intrattenimento senza pretese di Shake, Rattle and Roll, e non ce n’è da fargliene una colpa visto che nel complesso riesce e a divertire pur partendo da idee e soluzioni certamente non originalissime. È cinema di genere al suo stato più puro, fatto con poco, godibile proprio perché aderisce totalmente alle regole senza alcuna pretesa di romperle o capovolgerle. E a volte basta questo a far contento uno spettatore.

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