Shaolin Basket

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Shaolin BasketSi era portati a preventivare ragionevolmente il peggio vista la storia sfortunata sviluppatasi dietro la produzione di questo film; nato come live action tratto dal manga e dalla relativa serie animata di Slam Dunk, trasformatosi poi in un anonimo Kung Fu Dunk senza preavviso, tagliato ogni legame con la fonte originaria e divenuto –stando alle voci di corridoio che circolavano- un progetto fallimentare a priori, poggiato sulle spalle venefiche del divetto insipido e incapace (almeno a livello attoriale) di nome Jay Chou (ancora dura da rimuovere la sua pestilenziale performance nel film Initial D). E invece…
Invece il cinema cinese inizia a preoccupare soprattutto in casi come questo in cui la ricchezza ostentata della produzione risulta vistosa e accecante regalando però un film vivacemente mainlander ma così vicino per romanticismo e per resa a tanto cinema di Hong Kong del passato che abbiamo amato; certo, il debito maggiore è quello relativo a Shaolin Soccer (là il calcio, qui il basket) ma gli umori, le porzioni urbane, gli attori, riconducono inevitabilmente al cinema dell’ex colonia. Grandi caratteristi (Ng Man tat, Leung Kar yan, Eddie Ko hung, Eric Tsang, Kenneth Tsang), giovani conferme (Wilson Chen, la mezza Twins, Charlene Choi), un grande coreografo, Ching Siu-tung (Swordsman, Storia di Fantasmi Cinesi) che fa il suo mestiere in maniera impersonale ma efficace e infine lui, lo stesso Jay Chou, che una volta tanto, diretto a modo, funziona, evita di prendersi sul serio e con la sua faccia da strafottente arriva ad assomigliare in maniera impressionante a Bruce Lee.

La storia è elementare; un orfano (Jay Chou) campione di “Shaolin kung-fu” viene cacciato da un tempio a causa di una losca vicenda ed è infilato suo malgrado nell’universo del basket da un buffo faccendiere (Erik Tsang) una volta scoperti i suoi strabilianti poteri marziali. Segue scalata del successo, partite surreali e vorticose e gran finale sferzato da tonnellate di effetti digitali e fasciato da stordenti musiche “hip hop”.

La strabordante ricchezza del prodotto, avvolto da spericolate gru e da effetti digitali complessi lo rendono un prodotto assolutamente competitivo e che ha cacciato dal podio del campione di incassi ad Hong Kong, il nuovo Stephen Chow, CJ7. Sorpresa anche il regista, un artigiano come Chu Yen Ping (Flying Dagger, Island of Fire, Fantasy Mission Force) che mai ci saremmo aspettati capace di dirigere un prodotto così compiuto e pulito; una piacevole riscoperta dopo il sorprendente e inaspettato (seppur meno riuscito) Kong To-hoi di Twins Mission.
Uno di quei film che mostra come una affiliazione tra Hong Kong e la Cina possa portare ancora a film del tutto piacevoli e coinvolgenti, magari meno estremi e liberi rispetto al passato ma ugualmente –a tratti- intensi.

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