Shaolin Mantis

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Subito dopo il capolavoro The 36th Chambers of Shaolin (1978), Liu Chia-liang gira Shaolin Mantis, un gongfupian abbastanza insolito.
Diciamo subito che le scene di arti marziali mostrate nel film, pur essendo di ottima qualità, come sempre in Liu, non sono all’altezza innovativa di altre sue pellicole del periodo. D’altro canto però i combattimenti, come nei migliori esempi del genere, non sono l’unico aspetto interessante del film.

Innanzitutto l’eroe del film, Wei, in realtà è una spia mandata dall’imperatore della dinastia Ching, per raccogliere informazioni all’interno della famiglia Tien, sospettata di avere contatti con i ribelli Ming. Lì si innamora di Gi-gi, la nipote del capofamiglia, ma prosegue con la sua missione, sapendo che i suoi genitori sono tenuti come ostaggi e saranno uccisi in caso di fallimento. Dopo qualche mese Wei, insieme a Gi-gi, decide di portare a termine il suo compito. L’unico problema è che per uscire dalla dimora, dovrà affrontare l’intera famiglia Tien, da tempo a conoscenza della sua vera identità.
Questa la situazione di partenza che riserva più che qualche risvolto sorprendente e che eleva Shaolin Mantis al di sopra della media dei film della Shaw Brothers. Infatti ciò che inizia quasi come una commedia brillante (viene in mente la prima parte di Heroes of the East, con cui ha più che qualche punto in comune), si trasforma ben presto in un dramma familiare dagli esiti tragici, che non guarda in faccia a nessuno.

Roger Garcia nel suo fondamentale saggio “The autarchic world of Liu Chia-liang” (Il mondo autarchico di Liu Jialiang, 1980) sottolinea come “[…]. A differenza del resto dell’opera di Liu di questo periodo, il film affronta il tema dell’alienazione dalla famiglia, il trasferimento d’identità dalla famiglia d’origine a quella del marito. La conclusione più importante a cui siamo tratti è che la perdita della figlia (secondo la norma della società cinese che vuole che dopo il matrimonio la figlia sia considerata come appartenete alla famiglia del marito) rompe la matematica dell’incesto e insieme apre alla donna la strada verso la morte.”
Shaolin Mantis, che mostra purtroppo qualche indecisione in fase di sceneggiatura, parla soprattutto di amore e lealtà, mentre l’aspetto marziale sembra quasi scivolare in secondo piano (non manca comunque l’abituale prologo introduttivo), almeno se confrontato con altri film di Liu, che qui si prende inusuali libertà nella ricostruzione dei fatti storici. Al punto che viene persino eliminato l’elemento shaolin, nella leggenda originale collegato alla creazione dello stile di lotta mostrato: il Praying Mantis Kung Fu. A proposito di questo aspetto, rimane esemplare la bellissima sequenza in cui l’eroe, attraverso la semplice osservazione di una mantide in lotta con una cicala, inventa la tecnica che gli permetterà di sconfiggere i suoi avversari. In generale però, tutta la seconda parte, è una sequela di combattimenti (con o senza armi) splendidamente coreografati e messi in scena (da notare il gioco di ombre durante l’ultima lotta, dettaglio gore compreso), dei quali rimane impresso in particolare, quello tra David Chiang e Norman Tsui Siu-keung. Di rara classe poi l’ironia dispensata con il twist finale.
Peccato che Liu non sfrutti a pieno le possibilità offerte dalla trama e che i personaggi rimangano poco approfonditi, aspetto che influisce pesantemente su alcune sottotrame, come quella della relazione tra Wei e Gi-gi e di conseguenza su uno dei momenti più cruciali del film, ossia quando la ragazza, per amore, si mette contro la propria famiglia. Manca la profondità, ma soprattutto quell’equilibrio tra dramma e azione, che invece troviamo in molti altri film del regista.
Per quanto riguarda il cast, David Chiang offre una buona interpretazione nel ruolo del protagonista intrappolato, trovando un degno opponente in Liu Chia-yung, fratello del regista, mentre Gordon Liu questa volta deve accontentarsi di una breve apparizione. La protagonista femminile, Cecilia Wong, interpreta in maniera riuscita la ragazzina viziata e ribelle (decisamente buone anche le capacità marziali), ma non può competere con l’immagine di Kara Hui, tradizionalmente legata ai film di Liu. Tornerà a lavorare con il regista l’anno seguente in The Spiritual Boxer 2 / The ShadowBoxing (1979). Nell’ottimo cast troviamo inoltre anche i soliti sospetti come Wilson Tong (qui anche in veste di coreografo insieme a Liu), Wai Wang, Yeung Wah, John Cheung ed esponenti della vecchia guardia tra cui Wong Ching Ho, Cheng Miu, Cheung Chok Chow, e infine due attrici di razza come Lily Li  e Ha Ping.
Shaolin Mantis, tra l’altro, rappresenta la prima collaborazione (di cinque consecutive) tra Liu e il rinomato direttore della fotografia Arthur Wong, qui al suo secondo film.

In conclusione, anche se Shaolin Mantis va considerato tra le opere minori di Liu Chia-liang, rimane pur sempre uno dei classici della Shaw Brothers.

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