She Starts the Fire

Voto dell'autore: 2/5
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She Starts the FireBen tre teste ne fanno una? In questo caso, no. Bisogna forse evocare L’Incendiaria, Fenomeni Paranormali Incontrollabili, Carrie? Nemmeno. Bisogna solo di nuovo citare Wong Jing e il fatto che non tutte le ciambelle che produce riescono con un buco perfettamente calibrato. Quando commedia diviene contaminazione, ogni colpo sembra apparentemente un successo, ma quando l’ironia prende il sopravvento e non ha una spalla forte ulteriore (azione, dramma o altro) ecco che il film spesso si sgonfia e così la ciambella, lasciata troppo tempo a lievitare. Wong Jing scrive e produce e la sua mano è assolutamente evidente, nell’ironia, in qualche genialità improvvisamente emergente e nel retrogusto marcio e scorrettissimo della battuta (oltre nella presenza della protagonista, sua protetta e compagna). Lawrence Cheung recita e dirige, e se nel primo campo, facendo il minimo sindacale che il suo ruolo pretende, riesce a portare a casa il pane, nella regia rimane assolutamente tiepido penalizzando un film che avrebbe avuto bisogno di un ritmo decisamente più energico.

Wendy (Chingmy Yau) è una ragazza colpita da una maledizione che le permette di lanciare anatemi, appiccare incendi con il solo pensiero e nuocere a chi le sta vicino. Alla morte della mamma, ormai sola, decide di raggiungere una zia ad Hong Kong, Big Beer (Deannie Yip) che lavora come mamasan in un torrido night club. La donna vive in una casa di proprietà di Charles Xiao (Lawrence Cheng) uomo di cui Wendy si innamora, mentre la sorella di questo, Tracy Xiao (Carol Cheng) comparirà nell’appartamento giusto per portare caos e distruzione. Ma ci sono di mezzo loschi triadosi, finti maghi avidi e truffatori, mentre Wendy sarà usata da tutti per portare del denaro facile in famiglia.

In questa partitura narrativa caotica e verbosissima, costellata di epilettici scambi dialettici tra Tracy e Big Beer, c’è spazio anche per una classica partita a carte risolta con i poteri mentali (quasi una marca semantica di Wong Jing), battute sui tumori, donne con seni di roccia che si conficcano nelle porte, Big Beer costretta a bere pinte di urina, battute sull’omosessualità e via per la “solita” strada.
Talvolta il film si fa irresistibile; nel primo approccio “amoroso” tra Wendy e Charles, dove lei cuoce anatre alla pechinese col pensiero e si accoppia scatenando incendi e in una scena in cui un truffatore confeziona un video pornografico per ricattare l’ingenua Wendy riprendendo dettagli di Charles che fa flessioni, primi piani di mani che stringono cuscini e quelle di una donna che geme, per poi montarle insieme. Rimarrà comunque alla storia la sequenza marylinmonroiana di Chingmy Yau che rimane con un tacco incastrato sopra un bocchettone dell’aria e i suoi improbabili pantaloncini rossi cortissimi provenienti direttamente dal decennio precedente.

Un film sottotono, a tratti piacevole, penalizzato da una regia, paradossalmente troppo “spenta”. Produce (e sceneggia) Gordon Chan, talentuoso, ma discontinuo, regista (Thunderbolt, Fist of Legend).

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