Shield of Straw

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Mentre The Hunger Game è stata una sorta di eccezione o caso nel cinema occidentale, il tema  della giustizia, della giustizia personale, della giustizia distorta, distopica, privata, statale da Battle Royale in poi è stato tema continuo e ciclico all’interno del cinema giapponese. E questo Shield of Straw in parte si muove sempre in quelle acque. In concorso al Festival di Cannes 2013 e tratto da un romanzo omonimo (Wara no Tate scritto da Kazuhiro Kiuchi (2004)) vede alla regia il prolifico Miike Takashi. All’epoca è stato accusato di essere impersonale (in riferimento alla carriera del regista) e con uno stile all’americana. Ora, la prima affermazione è evidentemente pretestuosa e semplicistica dell’opera di Miike così eclettico e trasformista. La seconda non è necessariamente un difetto, anzi, in questo caso è un pregio. Il respiro pacato del cinema di Miike mal si sarebbe adattato a quest’opera, né lo sarebbero state le sue operazioni interventiste di montaggio. Miike invece intelligentemente si adatta alla sceneggiatura e la fa sua utilizzando un ritmo e respiro classico, facendo un grande sforzo di disciplina e producendo un buon film. Esperimento poi sorprendente vista la varietà e diversità degli ultimi titoli realizzati. Il soggetto è fresco e accattivante.

Un serial killer uccide una bambina di sei anni. Il nonno di questa è un anziano magnate ormai privo di ogni slancio vitale che mette un taglia abnorme di un miliardo di yen sull’assassino. Il killer si costituisce. Un gruppo di poliziotti deve scortarlo in un viaggio tra due tappe. Ma in questo viaggio ogni singolo cittadino è un potenziale nemico e assassino in cerca della taglia che può cambiare la vita di chiunque. E ancora di più lo sono le forze dell’ordine, ovvero cittadini proletari ma armati.

Su questo tessuto narrativo si svolge un gioco di tensione, sospetti, intrighi e qualche piccola sequenza d’azione. Non si cerca mai di mettere in dubbio la figura del serial killer o un’ombra della propria innocenza come sarebbe facile fare. E’ -esplicitamente- un criminale sfaccettato e spietato e che nel corso del film tenta di nuovo l’atto criminale. Esposto invece e articolato il discorso sulla giustizia, sull’innocenza e sull’etica. Forse troppo lungo ma con un cast affiatato, Miike regala un buon film, minore nella propria carriera ma elegante e compiuto.

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