Shin Godzilla

Voto dell'autore: 5/5
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[Questa recensione riporta dettagli fondamentali della sinossi del film che si basa su rivelazioni graduali. Leggetela consapevolmente]

Uno scienziato vendicativo libera nel mondo una divinità distruttiva e lascia un biglietto che reca la scritta “scegliete voi cosa fare”. E le opzioni sono l’escalation militare apocalittica, o la diplomazia, coesione, e il raziocinio popolare.
La scienza libera il divino e un’altra scienza deve confrontarlo. Sarà la scienza militare distruttiva degli Stati Uniti, o quella costruttiva del Giappone? Entrambe le opzioni vengono da paesi a proprio agio nel rispettivo utilizzo. La (pre)potenza militare e la prevalicazione degli USA o la rassegnazione del Giappone abituato e temprato alla ricostruzione dopo ogni catastrofe che l’ha sfregiato, dalle bombe atomiche degli anni 40 ai terremoti, allo tsunami e relativa emergenza nucleare?
Nel 2004, dopo Godzilla Final Wars, i produttori dissero che la franchise si sarebbe fermata, per almeno dieci anni, fino all’anniversario dei sessanta, immaginiamo. Quel modo di raccontare la creatura non era più idoneo e al passo con i tempi specie in confronto ai budget investiti. Quindi che fare? Abbassare i budget e fare dei film di impianto televisivo? Alzarli con un’estetica ormai superata? Tradire il pubblico in virtù di un digitale soverchiante? L’operazione è stata quella classica di tutto il tokusatsu; pausa di riflessione.
Godzilla invece torna dopo dodici lunghi anni, anni in cui la sua assenza era stata sofferta in patria e frutto di grandi picchi di nostalgia; basti pensare all’omaggio sentito tributato all’inizio del film Always: Sunset on Third Street 2 di Takashi Yamazaki, regista che si sarebbe immaginato tra i più papabili per una nuova versione del film, cresciuto nel frattempo anche a livello di referenze qualitative.

Invece il film viene dato in mano inaspettatamente a Hideaki Anno, il creatore di Neon Genesis Evangelion. Non si sa se per sfruttare l’onda del successo del film omonimo americano (di due anni precedente) o meno, ma a lui viene affidata la rimessa in gioco della più grande icona pop giapponese, aiutato da Shinji Higuchi (Attack on Titan live action) alla supervisione degli effetti speciali. Insomma, il duo che aveva fatto le prove generali del tutto nel corto Giant God Warrior Appears in Tokyo (2012).
E’ ormai chiaro che per rifare un film di Godzilla c’è solo un modo, ovvero azzeccare un concept valido. Qualunque altra forma non farebbe altro che ripetere una formula sterile e ormai abusata; magari interessante, di intrattenimento ma di maniera. Anno vince. Raccoglie l’esperienza maturata nella nota saga di animazione e la plasma in un qualcosa che non è sequel, reboot o remake. Anno finge non siano mai esistiti film di Godzilla e ne dirige il primo di una nuova era con l’approccio del primo glorioso del 1954. Questo significa maturità, sperimentazione e approccio neorealista alla storia.
Neorealista dicevamo perché non ci fosse Godzilla sarebbe un dramma che racconta il grande terremoto del Tōhoku con tsunami annesso e allarme nucleare a seguito. Godzilla infatti è un reattore nucleare di Fukushima ambulante con i problemi dei sistemi di raffreddamento inclusi. E due terzi del film, anziché appiccicarsi all’azione e alla spettacolarità delle vicende del sauro non fa altro che seguire le gesta del governo e tutte le vicissitudini nella gestione dell’emergenza. E che come allora ne mostra i ritardi, l’inefficienza e l’incapacità di gestione. Il tutto mostrato con una pluralità di punti di vista propri della comunicazione contemporanea. L’informazione è filtrata da un caleidoscopio di fonti e sorgenti diverse oltre al punto di vista primario della macchina da presa; televisioni, webcam, cellulari, chat, computer, telecamere a circuito chiuso, telegiornali, social network, e lo stesso governo è costretto a osservare le immagini girate da spettatori casuali e trasmesse in televisione per aggiornarsi sulle dinamiche cronologiche degli accadimenti. L’informazione ha un ruolo primario nel film, a volte invadente, a volte appena accennata (il personaggio interpretato dal regista Suzuki Matsuo). E nell’ancorarsi ad un presente così riconoscibile è quasi ovvio (anche se all’inizio un po’ spaesante) il fatto che la presenza di Godzilla non dipenda più dalla bomba atomica né dalle esecuzioni di esperimenti nucleari sul Pacifico operati dagli Stati Uniti nel dopoguerra.
E qui entra in atto l’altra parte del concept di Anno. Il nuovo Godzilla è un assemblamento di organismi mixotrofi liberati (non viene rivelato quanto consapevolmente e come) da uno scienziato scomparso (apparentemente suicida) che si sono nutriti di rifiuti tossici nucleari gettati sul fondo del mare sessanta anni prima. Viene mostrata la loro velocità e sconfinata possibilità evolutiva. La nuova creatura è mutante, esce dal mare in una forma grossolana e in breve diviene il colosso bipede e monolitico che conosciamo, inarrestabile nella propria avanzata. Ed è qui che ritorna il secondo substrato politico, oltre a quello critico nei confronti dell’inadeguatezza del paese a fronte delle emergenze. Da una parte una coalizione capitanata da Russia e Cina vorrebbe porre la risoluzione del problema a livello internazionale, dall’altra una parte del Giappone si arrende alle richieste degli Stati Uniti che esigono un’azione unilaterale, mentre un’altra parte ancora chiede aiuto generico non militare (nello specifico a Francia e Germania). Quando si palesa l’ipotesi che la creatura possa moltiplicarsi e riprodursi anche per scissione da singole parti della stessa e quindi prefigurare una ipotetica invasione internazionale ecco che gli Stati Uniti impongono il bombardamento di Tokyo con una testata nucleare onde debellare definitivamente la minaccia. Nei pochi giorni che separano la città dall’ecatombe atomica una parte del governo che non vuole vedere il paese straziato da una terza apocalisse nucleare decide di utilizzare un altro approccio. Approccio che non poggia la propria forza sull’escalation militare che fino ad allora non aveva fatto altro che progredire la potenza e dimensione del nemico, del conflitto e degli effetti collaterali ma che basi la propria efficacia sulla scienza, lo studio e l’utilizzo della cultura e dei mezzi più inoffensivi e popolari; treni, camion cisterna, operai.

E’ la stessa riflessione alla base di un altro piccolo film giapponese dello stesso anno, l’insospettabile Sadako Vs Kayako, dove per battere degli avversari troppo potenti, l’utilizzo della dimensione dell’offesa sempre maggiore non faceva altro che far evolvere e divenire più forte il nemico con risultati ben più luttuosi e imprevedibili.
E ci avviciniamo alle decine di interpretazioni che hanno scosso la rete in relazione al significato del film specie vincolandolo alla scena finale che mostra un nugolo di creature umanoidi uscire dalla coda di Godzilla. Le teorie più accreditate sono quelle che la creatura muti e si adatti a seconda del nemico, quindi aumentando di dimensione a fronte di un escalation militare e tentando di mimare l’uomo quando questo trova con lo studio e la scienza un approccio diverso e più diplomatico. Crediamo sia invece più papabile la teoria evolutiva in cui Godzilla rappresenti, in una forma rapidissima, l’intera evoluzione della vita terrestre partendo da una entità acquatica che raggiunge la terra, modella la forma dell’apparato respiratorio, diviene un sauro bipede fino a mutare e raggiungere l’uomo nella tendenza a superarlo e sostituirlo. Un Dio quindi votato ad un nuovo atto creativo. Va notato come l’atteggiamento della creatura sia infatti passivo, i suoi spostamenti inizialmente sono solo votati alla propria sopravvivenza biologica dovuta alle dinamiche di raffreddamento del proprio sistema vitale e che scateni la propria furia distruttiva solo in seguito ad attacchi diretti. “L’umanità dovrà convivere con Godzilla” dice il protagonista.
Dicevamo come gran parte del film si attacchi ad attori e personaggi e alle proprie gesta. Ma è anche vero che alcune sequenze, la prima emersione della creatura per le vie della città e soprattutto l’ira di Godzilla che in un istante rade al suolo mezza Tokyo, sono immagini di una potenza poetica e iconica monumentale e che rimarranno fisse e indelebili nella storia del cinema.
Anno inoltre, come di sua abitudine, farcisce il film di rimandi al folklore, mitologia e iconografia del proprio paese e dell’Europa. La missione alternativa atta ad abbattere la creatura senza armi ma tramite congelamento si chiama “Operazione Yashiori”, con evidente riferimento al “Yashiori-no-sake”; parliamo delle leggenda in cui il demone Orochi fu sconfitto tramite ubriacatura di sakè da parte dell’eroe. E nel film Godzilla viene letteralmente “imboccato” di liquido per essere fermato. Ma non solo. In un’atmosfera comunque pregna di epica biblica abbiamo notato come l’inquadratura finale della già citata coda derivi in maniera abbastanza innegabile da un’opera d’arte italiana, La Caduta degli Angeli Ribelli (v. foto, cliccare per ingrandire) di Agostino Fasolato, realizzata intorno al 1750 e custodita al Palazzo Leoni Montanari a Vicenza. Il che potrebbe offrire l’ennesima interpretazione biblica ma che per adesso possiamo accantonare in virtù di una semplice ispirazione iconografica di innegabile suggestione.


Infine la coda. E’ ormai palese che in fondo alla coda conviva una seconda testa; se ne nota la forma scheletrica nella già citata inquadratura finale ma anche in foto di scena e del prototipo reale. E sorgono ragionevoli dubbi notando come la prima cosa ad uscire dall’acqua sia proprio la coda, dalla coda esca l’ennesimo raggio atomico, che a differenza di tutti gli altri Godzilla la coda sia sempre eretta, basculante, come guardinga, che mentre il corpo cozza, striscia, attacca e venga attaccato, la coda si tenga sempre fuori dai guai e che la regia scelga sempre inquadrature inclusive di questo elemento. Questo dualismo che ha riflessi speculari con l’opera marmorea citata farebbe quasi ipotizzare che il vero Godzilla, il cervello, sia la coda stessa e che il resto della creatura non sia altro che l’arma o armatura in suo possesso. Risposte che speriamo saranno svelate dal regista nel sequel.
Altra parentesi per scelte magari irrilevanti per un pubblico occidentale ma vincolanti per uno locale è la realizzazione della creatura e l’uso degli effetti speciali. Il duo opta per una tecnica mista; a modellini, specie per i primi piani, alterna porzioni di città realizzate in digitale o va ad inserire la creatura in computer grafica in contesti reali. Anche Godzilla è interamente realizzato al computer ma con un approccio totalmente tradizionale che più volte fa dubitare sulla sua forma, materiale o meno. Godzilla pure in una resa pop e antinaturalistica si mostra aggressivo e nella sua forma probabilmente più inquietante. Il lavoro comunque è totalmente votato alla tradizione e alla adesione ad un percorso iconograficamente conciliante ma pregiato dei livelli più moderni raggiunti dagli effetti speciali giapponesi.
Con un cast che include attori di rilevanza locale e internazionale anche nei ruoli minori e con la concessione verso i fans dell’utilizzo delle musiche classiche dei vecchi film (che si affiancano ad una colonna sonora mozzafiato e all’altezza) Shin Godzilla è il miglior film della saga dal primo prodotto e il miglior monster movie dai tempi di The Host oltre ad uno dei film di genere più politici del periodo in un anno particolarmente vivace in questo senso (oltre al già citato Sadako Vs Kayako, ci mettiamo il dittico di Train to Busan e Seoul Station).
Chiedere di più ad un nuovo titolo di Godzilla è attualmente impossibile e il film è una illuminante eccezione anche in confronto al blockbuster generico internazionale. Anno vince su ogni fronte regalando un’opera magari non completamente popolare ma unica, coraggiosa e indimenticabile.

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