Shock Wave 2

Voto dell'autore: 4/5

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Ad un certo punto della sua inspiegabile e prolifica carriera Herman Yau è diventato il distruttore di Hong Kong, svolta combaciata apparentemente con la sua collaborazione con Andy Lau alla produzione. Prima in Shock Wave aveva raso al suolo il Cross-Harbour Tunnel, poi in The White Storm 2: Drug Lords aveva demolito la stazione della metro di Central. E fa esordire questo Shock Wave 2 con della belle testate nucleari che cancellano dalle mappe l'intero Hong Kong International Airport; sequenza inaspettata, colossale, mastodontica, sicuramente capace di conquistare l'attenzione dello spettatore.

E con enorme sorpresa viene da prendere atto che dopo 27 film Erica Li Man ha finalmente imparato a scrivere una sceneggiatura (in realtà no e vedremo dopo il perché). Perché la prima mezz'ora, poi estesa all'intera metrica, è un ottimo lavoro di tensione, twist, colpi di scena vorticosi, invenzioni, giochi con lo spettatore, qualcuno più elegante alcuni meno, ma dotati di una consapevolezza rinnovata nella gestione della macchina cinema.

Poi certo, ci sono delle macro svolte narrative estremamente grossolane, ma -come magari in Tenet di Nolan- sono così dichiarate e ben celate che una volta che lo spettatore decide di accettarle, si trova in mano un film d'azione di altissima caratura e probabilmente uno dei migliori film del regista. Questa sceneggiatura è infatti l'esatto contrario di quelle di tanti acclamati film coreani (da Beasts Clawing at Straws a quelle dei film di Na Hong-jin): quei film coreani hanno una straordinaria struttura generale e intreccio che si sgretola quando si scende nelle singole micro sequenze, mentre Shock Wave 2 ha i blocchi generali grossolani ma un'ottimo lavoro nelle singole piccole cellule della narrazione.

Questo “sequel” solo nominale e tematico, vede di nuovo Andy Lau nel ruolo di un artificiere della EOD (Explosive Ordinance Disposal Bureau) che deve far fronte ai piani criminali di una setta di anarchici nichilisti dinamitardi. Lo affianca un collega (Lau Ching-wan) e una sua ex (Ni Ni). In manciate di minuti Lau perde una gamba, esplodono condomini, alberghi, piscine, Lau perde la memoria, cambia identità e un profluvio di elementi giostrati con un ritmo e un senso della tensione rarissimo nell'attuale cinema di Hong Kong.

A farla da padrona, come nel primo capitolo, sono le sequenze in cui protagonista è la polvere da sparo ma il film non si risparmia in numerose altre marziali e balistiche gestite con competenza dal coreografo Nicky Li Chung-Chi (membro del Jackie Chan Stuntman Association). Particolarmente evocative e complesse quelle in cui Lau, braccato e in fuga, deve difendersi privo di una gamba che, specie nell'ospedale, per alcuni istanti possono evocare il Time and Tide di Tsui Hark, dove Yau lavorava come direttore della fotografia.

Il film ha realizzato incassi monumentali specie dopo l'uscita in Cina (quasi 170 milioni di euro), quasi il quadruplo del primo film. E in un momento in cui ad Hong Kong non c'è più una certa vitalità in materia, tra registi di stanza fissi in Cina, altri scomparsi prematuramente e altri in crisi di idee, Yau inaspettatamente si trova ad ergersi come nome di punta dell'action locale.