Shogun’s Sadism

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Shogun's SadismRitornare sulla scena del delitto è un errore che fanno spesso i criminali. Per estensione si potrebbe pensare lo stesso della Toei, che non sazia del successo de I Piaceri della Tortura e Inferno of Torture, decise di mandare in produzione questo tardo film che si rifaceva platealmente ai due classici di Ishii Teruo. Peccato che nel 1976 fosse un bel problema provare a replicare forme e stilemi del 1968. Soprattutto se alla regia ci si metteva un mestierante di seconda fascia come Makiguchi Yuji, che aveva sì fatto da assistente nel citato film, ma non possedeva il giusto spessore. La sua breve carriera, una volta promosso regista, inizia nel ’75 con il dittico dei Virgin Breaker Yuki e si conclude mestamente appena due anni dopo con una collezione di una decina di film di exploitation più o meno estrema.

Ovviamente questo Shogun’s Sadism è a uno degli estremi più sanguinosi. Nella tradizione dei classici di Ishii racconta due diversi episodi e probabilmente per questi evidenti richiami è stato più volte spacciato come sequel diretto dallo stesso regista sotto pseudonimo. Il primo dei due, ambientato a Nagasaki nel 1628, usa come sfondo le persecuzioni dei cristiani. La bella Uchimura Rena (Toyo) si innamora di un samurai dello shogun, ma tra loro è pronto ad interporsi il terribile magistrato persecutore e torturatore Shioji Akira. Non ha nemmeno senso stare ad elencare la vasta gamma di torture inventate da costui e buttate là per sconvolgere il pubblico, ma di certo va menzionata quella che conclude questo frammento di storia. Dopo una lunga serie di lance conficcate nel costato di cristiani crocifissi, probabile riferimento al martirio di San Paolo Miki, primo giapponese ad essere accolto in un ordine religioso cattolico, che fu martirizzato nel 1597, tocca assistere al supplizio che viene citato nel titolo. Due tori legati alle gambe della povera Iori le strappano le gambe. I fiotti di sangue sono effettivamente impressionanti e la singola scena finisce per oscurare tutto il resto, tanto da essere probabilmente l’unica cosa che viene ricordata in un film senza merito alcuno.

Ma il peggio deve ancora venire. Il cambio di registro per la seconda storia, ambientata secoli dopo a Fukagawa nel 1821, è agghiacciante. L’errore più tremendo è quello di usare Kawatani Takuzo, caratterista comico, come protagonista. Così si viaggia a corrente alternata tra le sue buffe facce e gli avvenimenti del bordello in cui è costretto a lavorare per estinguere un debito. Passare da aborti con estrazione “manuale” del feto, a improbabili gag in cui lui e Tachibana Maki finiscono a rotolare negli escrementi per recuperare i soldi di una truffa, è probabilmente troppo anche per il più cinico degli appassionati del genere. Becero è l’unico aggettivo applicabile ad un prodotto simile, ormai parte di un genere che sarebbe stato sconfitto dalla storia, quando di lì a poco si sarebbero affacciati i primi prodotti estremi per l’home video. I Guinea Pig o gli All Night Long avrebbero spazzato via tutto questo, ridefinendo quel concetto di disturbante che Makiguchi provò strenuamente ad afferrare senza nemmeno però  avvicinarsi al talento visionario dei predecessori. Ancora oggi  quelle due saghe sono difficilmente eguagliabili in quanto a efferatezza, gratuità e, a seconda delle opinioni, inutilità. Certo è che questi altri prodotti erano però in linea con i tempi, inventavano una nuova forma, sfruttando l’allora nuova tecnologia video e le sue implicazioni. Un metodo vecchio come questo percorso da Shogun’s Sadism era invece lontano dai tempi in cui provava ad imporsi. La pretesa, forse il delitto, era quello di voler raccontare qualcosa, quando più nulla c’era da raccontare su certi argomenti.

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