Short Peace

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Short Peace posterLo Short Peace Committee, responsabile della produzione di questa antologia di corti di animazione, nasce con l’intento di riunire alcuni grandi talenti dell’animazione giapponese, tra i quali il nome più sfavillante è ovviamente quello di Otomo Katsuhiro, e con l’idea progettuale di chiedere ad ognuno di questi autori la realizzazione di un segmento dedicato ad un preciso periodo storico del Giappone. Il progetto diventa multimediale nel momento in cui viene a mancare il segmento di storia relativo all’epoca moderna e presente. Per questo ai quattro corti che compongono questa antologia viene sempre associato il videogioco per PS3 Ranko Tsukigime’s Longest Day, che non solo è fortemente spostato verso la sua componente anime con la commistione di narrazione e gameplay tipica delle visual novel, ma è anche opera di Goichi Suda alias Suda51, membro fondatore dei Grasshopper manufacture e responsabile di tanti giochi, che hanno fatto di questa convivenza col mercato anime il loro punto di forza.

Il titolo non è stato certo un gran successo e suona un po’ da rammendo per un progetto nato con altri presupposti e prevalentemente noto per il materiale filmico. Dopo una introduzione affidata ad un bianconiglio che attira in un porta dimensionale una novella Alice nipponica, è tempo di immergersi nei quattro scorci di fantasia. Il termine eye candy, la “caramella per gli occhi”, usato dagli Americani per indicare qualcosa che appaghi pienamente gli occhi durante la visione per design e composizione, è il termine che meglio descrive l’opera nel complesso. Si tratti del primo corto Possessions diretto da Morita Shuuhei, di Combustible scritto e diretto dal re Otomo, di Gambo diretto da Andou Hiroaki, ma scritto da quel genio di Ishii Katsuhito, oppure il finale A Farewell to Weapons di Katoki Hajime poco cambia.

Tsukumo (Possessions) fa largamente uso di cel-shading, tecnica molto cara a cineasti moderni, come Satou Keichi (Asura) e che porta alla memoria, complice la presenza di creature fantastiche, quella serie capolavoro e avanguardistica che fu Mononoke. E soprattutto lo fa in ottima maniera regalandoci la storia di un viandante che si ritrova a rammendare o restaurare oggetti in un piccolo jinja popolato dai relativi kami a cui è devoto. In fondo si tratta di una scusa per far sfoggio di colori, fantasiosi pattern e farli danzare al ritmo di musiche tradizionali. Pura poesia che si sposa col character design particolare e curatissimo tipico di queste produzioni che sfruttano a pieno le tecniche digitali e che magari a qualcuno potrebbe dare più di qualche noia. Meritata comunque la candidatura all’Oscar nell’apposita categoria per questo lavoro di Morita, che già aveva stupita anni fa con Kakurenbo, che oltre tutto si muoveva lungo sentieri non troppo distanti.

Più tradizionale dal punto di vista grafico, ma non certo meno sontuoso, il segmento Hi no Youjin (Combustible), diretto da Otomo, che si svolge nell’era Edo di poco successiva al precedente segmento: una storia di promesse di infanzia non mantenute che si conclude nel rogo della città. Particolare è l’omaggio fatto alla tecnica dell’emakimono, l’arte del racconto su rulli di carta, che vede inserite sopra e sotto l’inquadratura pattern cartacei, come fossero i tagli di nero che si vedevano nei vecchi adattamenti al 4:3 dello schermo televisivo del 16:9 cinematografico. A questo si aggiunga una bellissima colonna sonora, che non delude certo i fan storici delle vecchie opere del maestro, anche se stavolta non c’è l’immenso ensemble degli Geinoh Yamashirogumi, ma il bravo Kubota Makoto a svolgere l’arduo compito.

Gambo si sposta ancora un poco più avanti nella storia, data la presenza di armi da fuoco, e inganna all’inizio, facendo credere allo spettatore che il protagonista possa essere un tenebroso samurai cacciatore di spiriti. La storia si tramuta presto nell’amicizia tra una bimba, ultimo sacrificio femminile rimasto a uno sperduto villaggio per un demone che lo tormenta, e un altro spirito che ha le fattezze di un enorme orso polare. Bellissima la regia e lo sviluppo del combattimento per questo che è il segmento più breve e intenso dal punto di vista emozionale.

A seguire il più lungo dei cortometraggi, A Farewell to Weapons, che tratto da un manga di Otomo Katsuhiro, vede ritratto il classico futuro post apocalittico alla base di tante altre opere. Ovviamente il tutto serve da scusa a una classica storia di amicizia fraterna tra uomini adulti non nuova all’autore, mentre Katoki Hajime, che ha dedicato la sua carriera agli anime a base di mecha e ferraglia varia quali Gundam e Patlabor, svolge ottimamente il compito. Forse risulta difficile colmare lo stacco che va dal precedente corto a questo, non solo per l’assenza di un segmento dedicato all’era moderna, che è rappresentato come detto dal videogioco, ma soprattutto perché magari non a tutti sarà ovvia la connessione tra gli spiriti e un robot che vive di vita propria in una città abbandonata ed è pronto a difenderla in eterno. Non basteranno mille Ghost in the Shell per far passare a noi occidentali il concetto che da quelle parti i corpi son solo contenitori per lo spirito, che tanto è questione di culture millenarie, marchiate a fuoco sulla pelle degli individui. Ad ogni modo questo finale, fatto di dinamici e coreografatissimi combattimenti, sembra più destinato agli appassionati del genere e di tecniche grafiche. Non inficia certo la qualità di un piatto ricchissimo dal quale nutrirsi avidamente.

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