Shutter

Voto dell'autore: 4/5
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Un horror thailandese nelle sale italiane è sempre un po’ un evento, specie se parliamo del cinema di un paese che in quegli anni aveva incarnato l’essenza delle “3 V”, ossia un’estrema Vitalità, Varietà e Vivacità. D’altronde dopo la crisi degli anni ’80, tra il film di svolta Nang Nak (Nonzee Nimibutr, 1999) e il suo remake del 2005, Ghost of Maenak (di Mark Duffield, di nuovo basato su una storia classica già portata sullo schermo decine di volte) ne è passata di acqua sotto i ponti. L’horror thailandese si è mosso come un blob a 360°, appropriandosi di umori, sensazioni, stili e generi autoctoni e stranieri; sicuro è che i risultati migliori li ha regalati quando si è tenuto saldo alla propria cultura, infarcendo così i film di diffuso nazionalismo, sessualità ambigue, derive del folklore e della superstizione locale, mettendo in scena più volte creature e personaggi classici della mitologia locale (basti solo pensare al terrorizzante “krasue”, una testa volante femminile con appesi e ballonzolanti gli organi interni alla base del collo, creatura già vista in pochi anni sia in Ghost of Valentine che in Krasue). Ma anche schifezze indifendibili come Macabre Case of Prom Pi Ram (Manop Udomdej, 2003) o, soprattutto, l’orribile Seven Days in Coffin (C.H. Patchapol, 2003) allettano con spunti ed estremismi innominabili propri della provincia rurale più nera. Sulla linea dei brutti, sporchi e cattivi, ma intensi si possono radunare anche lo straziante Zee-Oui (N. Sudasna, B. Ratchaiboon, 2004), l’episodio del progetto collettivo Three, The Wheels (Nonzee Nimibutr, 2002) e Necromancer (Piyapan Choopetch, 2005), ricettacolo di gore, magie e digitale invasivo. Quando i budget aumentano e la storia si allontana dall’introspezione nazionale allora si creano i sottofiloni che portano poi alle derive, basti evidenziare che la Thailandia ha avuto addirittura il suo kaiju monster movie, il discusso Garuda (Monthon Arayangkoon, 2004). Da una parte ci sono i film che fanno i ventriloqui ai prodotti Usa più famosi, spazzatura post Kevin Williamson, produttivamente ben fatta ma ignobile, come 999-9999: Dream or Death (Peter Manus, 2002) o l’inguardabile Art of the Devil (Tanit Jitnukul, 2004), dall’altra chi invece guarda più vicino al new horror nipponico; in questo caso i risultati possono essere discontinui. Da una parte i plagi esemplari orribili di Ju-On (Takashi Shimizu) che avvengono spudoratamente in The Sisters (Tiwa Moeithaisong, 2004), dall’altra prodotti più dignitosi come The Mother (Bhandit Thongdee, 2003) o praticamente riusciti come appunto questo Shutter. Forse i film più memorabili sono quelli maggiormente contaminati con dosi grasse di ironia in salsa thai, spesso oltre l’idiota ma talmente infantili e cromaticamente accecanti da lasciare allibiti; casi patologici come Body Jumper (Heamarn Cheatamee,  2002) o l’esilarante zombie movie Sars Wars (Taweewat Wantha, 2004) fino al fondamentale Buppah Rahtree di Yuthlert Sippapak, primo capitolo di una saga, perfettamente in equilibrio in entrambi i campi messi in scena, sia quello dell’ironia che quello della paura. E sono proprio Yuthlert Sippapak insieme ai Pang Brothers ad essere i padrini del genere (con contributi significativi al genere di Nonzee Nimibutr), l’uno con la saga già menzionata e con il sopraccitato Ghost of Valentine, gli altri due con un’altra epopea, quella di The Eye e regie e produzioni perfettamente in linea con il loro stile, patinato, asettico, ricercato e visivamente internazionale.
Ma torniamo al nostro Shutter e al fatto di come, nonostante evidenti incrinature nel tessuto narrativo, rappresenti una valida alternativa, ma al contempo coerente continuo, dell’immaginario costruito dal cinema horror giapponese. E la storia di questo film è già un film in sè. Shutter è l’esordio nel lungometraggio di due ragazzi provenienti dal corto indipendente, che sono riusciti ad arrivare al cinema mainstream e a far trasformare il proprio film nel campione degli incassi locali dell’anno 2004. Logicamente Shutter cavalca il filone del new horror giapponese, ma lo fa con classe e stile, prendendo a piene mani dalle leggende metropolitane nipponiche più di quanto facciano spesso gli stessi cineasti giapponesi. Se il film è logicamente più leggero dei classici di Nakata e Kurosawa è proprio lì però che i registi vanno a pescare, regalandoci un altro fantasma d’amore, Natre, triste e sofferente, che entra di diritto nella grande famiglia delle creature femminili spettrali asiatiche, di fianco a Sadako, Hanako san, Tomie, Asami Yamazaki. Fedele ai migliori new horror giapponesi il film non è altro che una tragedia sentimentale mascherata da film dell’orrore.

Una coppia ritornando da una cena investe una ragazza per poi fuggire senza prestare soccorso (Tetsuo docet?). Dopo questo evento sulle foto scattate dal ragazzo, fotografo di professione, iniziano ad apparire ombre, aloni di luce e immagini spettrali. Il film è basato sulle “foto fantasmatiche”, quelle foto che senza apparente motivo catturano elementi non presenti sulla scena, di solito figure spettrali e che spesso saturano le riviste dei misteri. Al contempo lo stesso apparecchio fotografico (soprattutto la Polaroid) è un rivelatore istantaneo della presenza dei fantasmi, proprio come nel videogioco Project Zero e diviene quindi l’arma imprescindibile per sfuggire o identificare istantaneamente la presenza dei non vivi. La sceneggiatura è ben scritta e articolata, svela lentamente la verità regalando continui colpi di scena, riuscendo oltretutto, elemento non sempre automatico, a procurare numerosi salti sulla poltrona. Non sempre il film è assolutamente originale, ma riesce comunque a lavorare bene anche con i materiali più classici, ennesimo pregio dei registi che riescono anche a dirigere in modo dignitoso un attore come Ananda Everingham (Ghost Delivery, 2003), spesso poco credibile e fastidioso, una specie di Daniel Wu thailandese.
Lo stile c’è, il film funziona alla perfezione rivelandosi un oggetto che va oltre la meccanica funzione di mero generatore di paura, tutt’altro. Si arriva senza accorgersene ad un paio di finali-tsunami che investono e ribaltano la narrazione proiettando il film verso le prevedibili e disperate vette del melodramma, sfumando le componenti interne del film e donandogli un sincero respiro maggiore.
Un campione di incassi thailandese, corteggiato dagli USA in aria di remake (oltre ad un remake locale e alcuni plagi indiani) e che si affianca con assoluta dignità a tanti film simili prodotti nel prolifico Giappone.

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