Silent Mist

Voto dell'autore: 3/5
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Al quarto film e ancora con finanziamenti francesi il regista Zhang Miaoyan dirige l’ennesimo progetto radicale e “invisibile”, privo di distribuzione in patria e votato ad una minuscola diffusione festivaliera.

Certo, di fruizione complessa si tratta e nel cercare un contesto in cui calarlo si può adottare, con i debiti distinguo, una sorta di comunione con il fiorente filone del noir d’autore cinese contemporaneo. Genere ormai accolto in toto dai Festival (basti citare il Leone d’Oro a Jia Zhangke per Still Life o l’Orso d’Oro a Diao Yinan per Black Coal, Thin Ice), dotato di riconoscibilità e coerenza, ma libero e sperimentale nei temi, nella narrazione, nelle possibilità stilistiche.

Il posizionamento geografico il più delle volte provinciale e rurale, lo scavare nel marcio, nei contrasti, nelle contraddizioni non sempre così banali e immediate come vorremmo -e vorrebbero farci- capire; è qui che nasce il migliore cinema cinese contemporaneo, lontano anni luce dai pixel fluorescenti e dal gigantismo capitalista del blockbuster locale.

E’ qui che il genere viene adottato magistralmente per realizzare il più rigoglioso cinema d’autore, è qui che si infrangono censure e si sperimentano le strade più azzardate che poi lentamente (ma in maniera estremamente rapida, se vista in prospettiva) vengono assorbite anche dal cinema più commerciale e popolare.

In questo caso una “ancient water town” nei dintorni di Shanghai è percossa da una serie di stupri seriali, ispirati a degli eventi realmente avvenuti.

Se nel genere, o meglio, filone di cui stiamo parlando gli esperimenti stilistici arditi sono base comune su cui costruire la narrazione, in Silent Mist siamo di fronte ad uno degli esperimenti più viscerali. Lo spettatore deve infrangere l’essenza primaria del cinema, quella comunicativa, disaffezionarsi alla narrazione e alla storia. La macchina da presa infatti si muove in estenuanti piani sequenza, spesso in soggettiva, che si incollano con piglio quasi feticista ai corpi dei personaggi, figurine trasparenti e intercambiabili, sorta di pedine asettiche su cui scagliare tutti i mali del mondo. E nel farlo striscia, cozza, percorre, sprofonda nelle partiture architettoniche del paese, lungo i suoi canali, nei vicoli labirintici, sotto ai “langpeng” (tipici percorsi porticati che affiancano il canale), nelle corti delle case monopiano.

Osserva freddamente i corpi femminili che si muovono tra gli elementi, nell’acqua, tra la nebbia e la polvere, lungo muri seccati dal sole e su cui sono abbandonati a stagionare interminabili file di insaccati. Il vero protagonista ecco essere una materica coppia composta dal paese e dagli elementi che attivano i sensi; lo sciabordio delle acque percorse dalle silenti “gondole”, una fotografia cinerea, un’atmosfera stordente tra echi di Kim Ki-duk frammisti a brandelli di cinema taiwanese e inusitate libertà stilistiche impensabili nel cinema cinese fino ad una manciata di anni fa.

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