Singing Lovebirds

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Singing LovebirdsSinging Lovebirds è un film in costume del 1939, di Makino Masahiro. Molto breve, a volte difficile da seguire e un po’ arruffato, ma sicuramente una pietra miliare del musical. Makino Masahiro era il primogenito del celebre Makino Shozo, uno dei fondatori del cinema giapponese. Insieme a un altro grande, Ito Daisuke (proprio quest’anno alle Giornate del Cinema Muto, di Ito è stato proiettato il capolavoro La Spada Assassina di Uomini e di Cavalli, Zanjin Zanbaken, 1929), Makino Masahiro è stato uno dei grandi rappresentanti del cosiddetto “Keiko Eiga”, il cinema di tendenza.
La carriera del giovane Makino figlio, inizia nel 1926, Ma si impone al grande pubblico nel 1928-29, con una storia di denuncia La Strada dei Ronin, ambientata in epoca Tokugawa, per evitare la censura.

Singing Lovebirds è di dieci anni più tardi, e risente inevitabilmente delle vicissitudini produttive e della rapidità con cui è stato scritto e girato. Tuttavia non manca di aspetti particolarmente creativi e interessanti. Innanzitutto la colonna sonora del compositore Okubo Tokujiro, è gradevole, accattivante, e riesce a sposarsi perfettamente con il montaggio vivace e veloce, azione e canzoni si integrano perfettamente in un’insieme godibile e arioso. Si mescolano il teatro tradizionale, “Joruri e naniwabushi”, ritmi tribali, afro-cubani e le sonorità del jazz, che in quel periodo si andava imponendo. La storia, naturalmente è poco più di un pretesto. All’epoca dei samurai, due giovani donne, Oharu e Otomi, si invaghiscono dello stesso uomo, Reisaburo. A spuntarla sarà la più povera e dolce.

L’influenza del collega più noto, Ito, e della provenienza dal cinema di denuncia si vede al contempo nella soluzione finale, in cui Makino non rinuncia ad una polemica nei confronti della rivale della protagonista, figlia piuttosto viziata di un mercante, che poi perderà il suo amato, e stilisticamente nel montaggio dal ritmo dinamico, nella fluidità con cui vengono seguiti i movimenti, e nelle inquadrature brevi. Il regista è favorito anche dalle tecniche più avanzate che ha a disposizione rispetto al padre, come gru e carrelli. Non mancano a rendere più lieve e piacevoli le esibizioni musicali e ad accentuare il fascino delle protagoniste femminili, numerose notazioni naturalistiche.
Nel complesso un’opera ricca di inventiva e di grande rilievo storico e archeologico, forse poco lineare ma decisamente innovativa per i tempi.

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