Sins of Sister Lucia

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Sister Lucia's DishonorCome per tutti i sottogeneri del cinema ci sono sempre delle nobilissime origini da tracciare. Ciò avviene anche per la nunsploitation, parola generata dalla crasi tra i termine inglese per suora (nun) e l’exploitation dura e pura. Certo fa un po’ specie chiamare in causa capolavori come Narciso Nero (1947) di Michael Powell e Emeric Pressburger dove l’erotismo, a dirla tutta, era giusto una suggestione o l’estremo, ancora oggi invisibile nella versione integrale, I Diavoli (1971) di Ken Russell per poter iniziare a parlare di uno scialbo roman porno come Sins of Sister Lucia. Non solo la distanza da quei vertici è abissale, ma lo è anche da quei prodotti di media levatura che vennero dall’Europa più o meno contemporaneamente a quella manciata di film nipponici sulle monache cristiane.

Del lotto giapponese il più noto è certamente School of the Holy Beast (1974), produzione abbastanza ricca di casa Toei, spesso rivenduto a occidente con l’insignificante etichetta di Pinky Violence. Sull’inconsistenza di questo termine se ne è già discusso e al di là di indicare un certo numero di film in cui figuravano le medesime starlette di questa o quell’altra casa di produzione vuol dire ben poco. Il film di Suzuki Norifumi poi non è granché di suo, anche se venerato come oggetto di culto. Qualcosa in più forse ce lo si poteva aspettare nel passaggio al formato dei pink eiga, soprattutto sulla sponda Nikkatsu, che con la sua linea Roman Porno aveva già ampiamente sondato diversi oscuri recessi.

Nel 1976 esce Cloistered Nun: Runa’s Confession che più che fungere da curiosa vetrina per l’approdo nei ranghi delle star di casa della popstar Runa Takamura poco aggiunse alle sorti del genere in patria se non qualche stramberia visiva. Certo era decisamente superiore a questo film di Ohara Koyu. Questi, anche se a tutti gli effetti un veterano dei roman porno, che era già lì sul set del primissimo film della serie come assistente di Nishimura Shogoro, ebbe una carriera abbastanza uniforme e indolore, che, nonostante gli strenui tentativi di innovare il genere con iniezioni di altri generi come il musical (Oh! Takarazuka) o la fantascienza (Lady Momoko’s Adventure), si lascia dietro come episodio più noto il solo Fairy in a Cage.

The Sins of Sister Lucia è invece film abbastanza sciocco, che come detto si colloca ben al di sotto di Runa’s Confession, che non riesce a spingere in nessuna delle blasfeme direzioni consone al genere ed esplorate in quasi tutti gli altri prodotti. E un tasso di estremo bisogna aspettarselo soprattutto in quelli provenienti da un paese libero dall’educazione cattolica, scevro da ritrosie nella rappresentazione di certi temi delicati da presentare agli organi censori. Forse è proprio l’assenza di quel rancore tipico dell’intellettualismo occidentale verso la religione che fa girare a vuoto la vicenda raccontata da Ohara.

Lucia, anzi Rushia come viene adattato il nome in hiragana, interpretata da Nohira Yuki è la viziatissima figlia di un boss della mala. Ha il vizio di portarsi al letto il suo professore, di rubare soldi al padre e accoltellare i suoi sgherri quando la contrariano. Per questo il boss decide di farle seguire il rigoroso regime educativo della badessa interpretata da Tama Rumi. Inutile spiegare che è la premessa per ripetuti atti di lesbismo con le consorelle, interpretate da altre starlette maggiori e minori della Nikkatsu, e di libidine varia, dopo la quasi ovvia intrusione nel convento di due evasi. Tra le sorelle spicca Katsura Tamaki, la protagonista del ben più rilevante pink eiga Assault: Jack the Ripper, appartenente alla vena più violenta del genere, mentre della Nohira bisogna dire che, non paga di questa esperienza, fu anche la protagonista della successiva incursione nel genere di Ohara: Wet Rope Confession: Convent Story. Come uno studente diligente che ripete l’anno a scuola, il compito venne svolto meglio e almeno in quel caso il coefficiente di stramberia di un genere, che sembra proprio non appartenere al codice genetico del cinema nipponico, si alzò, così come è lecito attendersi, perché davvero non aveva senso, nemmeno nel ’78, un’iconoclastia fatta di qualche sparuta nudità e qualche mugolio.

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