Slim Till Dead

Voto dell'autore: 2/5
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2005, per Hong Kong l’anno dei film mancati, l’anno dei film “alimentari” senza pretese, di pura massa. Il film è disciplinato ed ognuno rispetta lo stereotipo di sè stesso; Marco Mak, di suo montatore (intriganti a questo proposito i primi due frenetici minuti), qui anche regista, dimostra più talento e visionarietà -anche fastidiosa- nella sua prima professione, grazie ad un montaggio invasivo ed epilettico. Anthony Wong, bravo e di mestiere, impassibile nel passare dalla tragedia alla commedia. Cherrie Ying, bellissima, fuori ruolo ma alla fine “una bellissima donna fuori ruolo”. Wong Jing produttore. E Wong Jing produttore significa 1000 cose che abbiamo già scritto 1000 volte, tanto che farebbe comodo un copia/incolla da un’altra recensione. Riassumendo, un film che dura perfettamente 90′, il suo classico cameo/ruolo, il finale improvviso che arriva quando lui ha voglia, un film di un produttore che raggiunta l’apparente “età porcina” ha farcito Slim Till Dead di uno stuolo di scoperte e affascinanti pulzelle che accompagnano Cherrie Ying, tra cui spicca, per due evidenti motivi, la prosperosa Vonnie Lui Kai Xin. Un film assolutamente sciocco e raffazzonato, continuo singhiozzo visivo di emozioni contrastanti (si passa senza soluzione di continuità dalla commedia, all’horror, dal thriller al giallo, dal melò allo splatter), un film medio, molto medio, spesso emanazione del già visto ma come accade sempre con Wong Jing illuminato da quelle due, tre sequenze deliziose che deflagrano il prodotto.

Il film mette in scena un poliziotto (Anthony Wong) e la propria cricca (Raymond Wong), un nuovo ispettore capo (lo stesso Wong Jing) e un atelier di moda (in cui lavora Cherrie Ying) preso di mira da un serial killer che rapisce le modelle e dà loro una settimana di tempo per dimagrire fino ad un peso prestabilito. Il naturale fallimento di questo obiettivo è sinonimo di morte.

Stereotipi:

-Il movente è ovviamente un trauma infantile.

-Il poliziotto a causa di un altro trauma non riesce più a sparare.

Ma come non arrendersi emotivamente di fronte ad Anthony Wong che dopo aver consolato la vedova di un suo caro collega, in disparte scoppia a piangere? E come resistere alla messa in scena consequenziale di una parodia di Dumplings folle e irriverente? Le musiche di Marco Wan Ho-Kit talvolta rieccheggiano quelle dei noir di Johnnie To, come PTU o The Mission e si alternano ad altre che evocano le sonate dei nostrani Goblin. Le varie facce e personaggi mainlander hanno permesso al film di essere distribuito anche in Cina, ennesimo esempio dell’allentamento della censura nel paese. L’ingranaggio di Wong Jing è sempre lo stesso e come scriviamo ogni volta, “prendere o lasciare”.

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