Snowpiercer

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Snowpiercer-cover-locandina-2Il 2013 ha visto alcuni tra i registi  di punta del nuovo cinema coreano confrontarsi con il loro primo film in lingua inglese, da qualche decennio una tappa obbligata per ogni regista di spessore che provenga da una zona del globo non anglofona. A pochi mesi di distanza sono usciti nelle sale The Last Stand di Kim Jee-woon e Stoker di Park Chan-wook e adesso vi si aggiunge Bong Joon-ho con questo Snowpiercer.

Tratto dal fumetto Le Transperceneige dei francesi Jacques Lob e Benjamin Legrand, Snowpiercer è un racconto di fantascienza ambientato in un futuro molto prossimo dove un esperimento volto a contrastare il riscaldamento globale è tragicamente fallito, condannando il pianeta ad una nuova era glaciale. L’intero globo è coperto di neve e la vita è praticamente estinta. L’unica salvezza è costituita da un gigantesco treno che da anni percorre incessantemente le ferrovie del globo. All’interno di esso si sono rifugiati gli ultimi superstiti della razza umana, strutturati in una società rigidamente divisa in caste, dove la posizione sociale corrisponde alla propria posizione sul treno: in cima al treno vivono nel lusso sfrenato le classi più abbienti, mentre nella coda, in condizioni di miseria assoluta, gli strati sociali più bassi. Su tutto l’ordinamento sociale veglia il misterioso signor Wilford, colui che ha costruito il treno.  Le cose sembrano essere destinate a cambiare quando Curtis, un abitante dei vagoni di coda, riesce con successo a far sollevare i suoi  “compagni di viaggio” contro Wilford.

Premesse del genere collocano Snowpiercer nei territori della fantascienza sociologica, nella tradizione di romanzi come Universo di Robert Heinlein, con cui il film di Bong condivide l’idea di un’umanità confinata all’interno di uno spazio artificiale che finisce per plasmarne società e mentalità. Il treno di Snowpiercer è una palese metafora della società e delle diseguaglianze sociali che si fanno ogni giorno più marcate, un tema tornato prepotentemente alla  ribalta nella fantascienza  statunitense degli ultimi anni, e ormai endemico anche nei prodotti più commerciali.  Pur non raccontando nulla di radicalmente nuovo Bong, che cura anche la sceneggiatura,  dipinge una distopia di rara efficacia e ferocia: gli oppressi di Snowpiercer strisciano e si ammassano nel loro tugurio sferragliante, mentre si cibano di schifezze sintetiche e assistono a sadiche punizioni corporali, mentre nei vagoni  di testa vive una società edonista e decadente.  Anche il percorso di liberazione dei protagonisti è tutt’altro che trionfalistico ed eroico, poiché man mano che Curtis procede verso la motrice le sue certezze sulle sue azioni e il suo ruolo nella rivoluzione vanno sgretolandosi. Tuttavia, chi ha già avuto modo di vedere altre opere di Bong, si accorgerà subito che la rilettura del genere non è radicale e profonda come lo era stata per il giallo in Memories of Murder e per il monster-movie in The Host. La qualità della scrittura è buona ma tutto l’impianto narrativo sembra procedere su binari risaputi; in maniera simile i personaggi sono palesemente incastrati nel ruolo richiesto loro dalla storia fin dal primo fotogramma in cui compaiono.

È invece impressionante la cura e lo sforzo profusi per  realizzare il microcosmo di Snowpiercer e nell’ardua impresa di renderlo credibile: ogni vagone è stato attentamente caratterizzato in base alla sua funzione e posizione nella gerarchia del treno, spaziando dai toni freddi e dagli ambienti metallici della coda fino ad arrivare agli ambienti più ospitali e familiari dei vagoni di testa, tra cui bisogna ricordare il vagone scuola, teatro di una delle scene più bizzarre e destabilizzanti del film.

Per dare vita agli abitanti del treno Bong si è potuto avvalere di un cast formidabile: se Chris Evans (già visto in Captain America e The Avengers) come eroe tormentato tutto sommato funziona, Tilda Swinton regala una performance memorabile mentre John Hurt e Ed Harris interpretano rispettivamente un mentore mutilato e un affascinante villain. Un’altra grande soddisfazione la regala la parte coreana del cast, che vede Song Kang-ho (già protagonista di Memories of Murder e The Host) e la giovane Ko Ah-Sung (che aveva esordito proprio con The Host)  formare una perfetta famiglia disfunzionale, forse i personaggi più interessanti del film.

Snowpiercer occupa nella filmografia di Bong Joon-ho un posto minore, tuttavia dimostra di essersela cavata egregiamente nell’ardua prova di confezionare un film per il pubblico internazionale. Snowpiercer, pur riproponendo idee e sviluppi già visti, rimane un film immaginifico e inquietante, con un finale nient’affatto conciliatorio, che merita almeno una visione.

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