Soul of the Sword

Voto dell'autore: 3/5
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Premessa:
Il film in questione crea forti stati d’ansia; da un lato puramente estetico è attraente e convince pienamente, dal punto di vista dei contenuti però provoca una certa irritazione, quasi prendendo in giro lo spettatore, deluso perché il film ha tutti i presupposti per essere un punto di riferimento ma, si accorge che il genere wuxia è solo un pretesto del regista per imporre la sua morale.
Ecco quindi il wuxiapian che “potrebbe” esser definito la pietra tombale del genere, la filosofia della maggior parte dei wuxia è qui raccontata con una naturalità sorprendente e la cosa divertente è che a realizzarla non è stato il maestro Chang Cheh, tantomeno il barocco Chor Yuen, e neppure il Gong fu master Liu Chia-liang, bensì Hua Shan regista “da seconda linea”.
Non fraintendeteci, non è certo nuovo al genere, infatti ha già co-diretto insieme a Cheng Kang Flying Guillotine part 2 (1977) con discreti risultati e prodotto il debutto di Jimmy Wang Yu alla regia con The Chinese Boxer (1970).
La materia indubbiamente la conosce, non a caso come coreografo delle scene d’azione sceglie il veterano Tong Gaai con il quale ha già collaborato nel sopraccitato Flying Guillotine part 2, per l’attore principale si affida all’esperienza del bel Ti Lung sempre a suo agio in ruoli del genere, mentre il resto del cast è composto da volti noti come Norman Chu Siu-keung attore prolifico nel genere – avrà fatto almeno una decina di film solo con Chor Yuen – o la bella LiLy Li anche lei una veterana, per non parlare di uno dei caratteristi di maggior successo come Guk Fung (Ku Feng) sempre in ottima forma.
Insomma, sulla carta i presupposti sembrano esserci tutti: attori fidati, coreografie di ottima fattura, e per non sbagliare Hua Shan prende come riferimento i grandi maestri del genere, li fonde creando un film bilanciato tra azione, violenza ed epicità, con un finale da brivido.

Ti Lung è uno spadaccino senza nome (non lo rivela per tutto il film), deciso a diventare il numero 1,”The King of Sword”, ma per farlo dovrà rinunciare ad una vita normale, rinunciare all’amicizia, all’amore, insomma a tutto ciò per quale vale la pena di vivere. L’unico modo per essere imbattibili in un duello, è non avere preoccupazioni terrene, la mente deve essere tutt’uno con la lama poiché la spada è l’anima di un vero guerriero. La prima regola è che ci sono tre tipologie d’individui: “Gli uomini, le donne e i cadaveri.” Un po’ “Leoniana” come frase? Ennesimo esempio (come se ce ne fosse bisogno) dell’influenza reciproca tra i nostri film di genere e quelli asiatici. Inizia così il viaggio di sola andata, che porterà il giovane spadaccino a scontrarsi con i maggiori esponenti del mondo degli spadaccini, un mondo fatto di solitudine, dove l’unica ricompensa è essere il migliore. Dopo innumerevoli scontri arriverà l’atteso duello finale dove in palio oltre al nome di “Re della Spada” ci sarà la gratificazione di essere l’unico ma, è questa la vera felicità ? Esiste altro ? Esiste un mondo ignoto di sentimenti ed emozioni che il “Re della spada” non potrà mai provare, pena la propria sconfitta ?
“Stai attento a quello che desideri, c’è sempre un prezzo da pagare”, questa è una frase che come un monito viene ripetuta spesso nel film, ad ogni azione corrisponde una reazione, e nel finale l’eroe capirà a sue spese il senso di questa frasi.

Visivamente il prodotto è di buon livello, i titoli di testa sono divertenti, richiamano alla mente gli spaghetti western colorati e animati in stile Western all’italiana.
Le scenografie sono discrete, alcune location sembrano prese in prestito da Come Drink with Me (1966), però questi deja-vu sono tipici dei wuxia, i costumi sono molto colorati in stile Chor Yuen, forse alcuni sono anche riciclati (prassi comune), i combattimenti di Tong Gaai sono come al solito una garanzia: fantasiosi e violenti al punto giusto (senza gli eccessi di Chang Cheh). Lo scontro finale che si svolge in ambienti differenti, compreso un torrente, è un piccolo capolavoro.
Allora cosa manca, si domanderà lo spettatore? Manca l’onestà, il regista non è interessato al genere (almeno in questo caso), non è interessato ai suoi personaggi, gli preme raccontare una storia, e il veicolo migliore è usare un genere “archetipo” come il wuxiapian. A differenza di Chang Cheh che accompagna le sofferenza dei suoi paladini soffrendo con loro, concentrando il proprio sguardo (sadico?) sulle espressioni di sofferenza, cullandoli in un amorevole abbraccio paterno fino alla fine.
Hua Shan invece, li usa per i suoi fini e poi li abbandona, osserva con sguardo distaccato, narra una vicenda che vuole essere un monito: ”Non comportatevi così, altrimenti la fine che vi spetta è questa”.
Si erge su un pulpito, e predica ciò che si deve o non si deve fare, profondo conoscitore della verità assoluta, moderno imbonitore.I
l film soddisfa la voglia di duelli e sangue, c’è anche la filosofia tipica dello spadaccino solitario, ma tutto questo puzza di prodotto preconfezionato ad arte.

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