Specter

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“E’ compito dei difensori proteggere la terra dagli invasori!”

Sinossi:

A difesa dell’universo c’è una unità di polizia interspaziale con sede in ogni pianeta. L’agente speciale per il Giappone ha nome in codice Specter. La sua missione attuale è quella di difendere due scienziati dagli alieni che vogliono impossessarsi di un misterioso manufatto rinvenuto sulla terra.

Riflessioni:

SpecterAll’annuncio della notizia erano tutti curiosi. La Konami, da anni consolidato produttore di videogiochi e responsabile di titoli acclamati quali Metal Gear SolidCastlevaniaSilent Hill, scendeva in campo nel live action con un tokusatsu, dopo aver già dimostrato interesse per le serie tv coproducendo e curando la linea di giocattoli di alcune serie Toho (JustirisersGran Sazer X). E con l’annuncio stesso si permetteva di buttar fuori un trailer che faceva ampio sfoggio di tutti i suoi muscoli “digitali”.
Il cortocircuito è stato quindi improvviso e folgorante e al tempo stesso ha portato con sé un carico di aspettative altissime del tutto legittime e giustificate dalla contiguità sempre più evidente, anche agli occhi del più sprovveduto degli utenti, tra la materia filmica e la materia videoludica. I fan del genere covavano segretamente la speranza di un qualche scossone all’ambiente dei serial sci-fi proprio da parte della Konami. E i fatti erano a favore del brand nipponico: visto che, per fare un esempio, ormai rimane un mistero impenetrabile solo per gli esegeti del cinema di genere, quanto il loro Silent Hill abbia influenzato il cinema dell’orrore moderno ben più di un The Ring a caso.
Purtroppo questo film di quaranta minuti e poco più, girato e scritto dall’effettista digitale Jun’ya Okabe, si risolve in una mezza vittoria. Parte rapido e si perde poco in chiacchiere, poichè il poliziotto speciale interspaziale Tetsuya Terasaki, nome in codice Specter, è subito sulle tracce di un alieno galeotto. A comandarlo sono il computer centrale dalla femminea voce e il superboss dell’agenzia, interpretato con cameo di lusso da Sho Aikawa. Le sue armi si formano nelle sue mani, dopo essere state trasmesse in digitale dal satellite dell’agenzia, e sono realmente fantastiche e meravigliose nella loro lucentezza nera.Però qualcosa non quadra e qualche perplessità si fa strada subito, perchè il richiamo alla saga americana dei Men in Black, dapprima quasi inavvertibile, diventa pesante quando l’eroe cancella la memoria dei testimoni che incontrano gli alieni.
Quella che era una semplice impressione di eccessiva derivatività del prodotto muta in certezza quando, appena varcati i titoli di testa, affiorano riferimenti più o meno voluti al cinema e alla sci-fi yankee. Per dirne qualcuno, il combattimento con gli invasori cattivi inizia bene con uno Specter che spara come in un film di Hong Kong, ma finisce con lo stesso che usa le spade laser come in un qualsiasi Star Wars. Il cattivo mutato da parassiti-steroidi alieni finisce per assomigliare più al mostro di Predator che ad un kaiju e l’astronave che usa per eliminare Specter nello scontro finale è un chiaro omaggio alle astronavi anni ’50 dei comics, già omaggiate da Burton in Mars Attacks.
Sia chiaro che la questione non è dettata da semplice integralismo, visto che a conti fatti il film gira bene ed è realmente ottimizzato e perfezionato fino all’ultimo dettaglio, ma da un eccessivo uso ed abuso di forme esterne e non proprie del genere. Là dove ci poteva essere innovazione nella mescolanza dei due diversi lessici, finisce per esserci una inutile e noiosa ripetizione di stilemi che si trovano pari pari anche nei serial americani di ultima generazione. Il sempliciotto Cleopatra 2525, argutamente prodotto da Raimi & co. qualche tempo fa, è dietro l’angolo se proprio si vuole fare un paragone di riuscita emozionale del prodotto.
Insomma, per farla breve, non è la cosa più intelligente prendere idee dallo stantio action americano degli ultimi anni, come la fuga finale in un condotto che esplode con una moto che fa evoluzioni come in Torque. L’effetto finale che si è ottenuto con questo tokusatsu è del tutto simile alla caduta di stile della Gonzo con l’anime di Afro Samurai: realizzati entrambi frullando e impacchettando in maniera impeccabile scemenze per gli americani e scordando tutto il background e quello che di bello può tirare fuori l’esperienza nipponica in un campo che gli appartiene. Buttandola sul triviale, è come se si andasse all’alimentari sotto casa a chiedere un prodotto tipico e invece si riporta a casa la cattiva imitazione estera.
Il rimpianto è tanto allora. Un’occasione mancata, che diviene delusione cocente, se poi si mette sull’altro piattino della bilancia una roba come Viewtiful Joe, videogioco della conterranea e concorrente Capcom. Lì, la fusione totale tra videogioco e tokusatsu era perfetta, con i comandi che venivano dal joypad che erano una vera e propria serie di effetti del cinema. Da videogiocatori si diventava registi senza accorgersene, con i poteri del piccolo eroe che variavano dal rallenti fino allo zoom, e il tutto sfociava in maniera naturale nel metacinema (anche se forse è più appropriato metavideogioco).
Alla fine il significato di questa produzione rimane tuttora ignoto. Non si sa se fosse un semplice mediometraggio a sé stante o fungesse da preludio ad un videogioco o ad una serie. L’unica cosa certa è che la Konami avrebbe fatto bene ad imparare dalla Capcom in questo caso e a non snaturare radicalmente un prodotto giapponese per antonomasia per  ammiccare all’estero.

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