Spring in my Hometown

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SpringInMyHometownCi sono film il cui potenziale risiede tutto negli attori protagonisti; altri, invece, che guadagnano la loro forza dalla storia narrata; altri ancora, infine, la cui attrattiva scaturisce prevalentemente dall’impatto visivo. Spring in my Hometown appartiene senza dubbio a questa terza categoria, potendo contare su un eccellente comparto scenico e fotografico, attentissimo alla composizione dell’immagine, alle luci e quant’altro. Ma la sua peculiarità, e la caratteristica che più di ogni altra cattura l’attenzione, sta tutta nell’essere girato come fossero tante cartoline animate posizionate l’una dopo all’altra. La telecamera, mantenuta fissa in posizioni strategiche per tutta la durata dell’inquadratura, lascia interagire gli attori nello spazio circoscritto dal campo senza seguire i movimenti di nessuno in particolare, mantenendo quindi una sorta di sguardo distaccato e distante che rende la visione ad un tempo rilassante e disturbante.
Il risvolto negativo di una simile impostazione, purtroppo, è che i personaggi, visti da lontano a causa delle numerose inquadrature in campo lungo – il più delle volte, bisogna ammetterlo, dotate di grande fascino – raramente sono visibili in volto e spesso si fatica perfino a capire chi stia parlando (Ahn Sung-ki, ad esempio, non viene mai inquadrato in primo piano e lo si riconosce solo grazie alla sua inconfondibile voce roca).
Un altro aspetto negativo di questo procedere segmentato per vignette, forse evitabile se si fosse prestata maggiore attenzione al ritmo e alla sceneggiatura, è sicuramente l’estrema lentezza con cui alcune di queste inquadrature indugiano oltre il dovuto, provocando un effetto straniante, se non addirittura soporifero, nello spettatore. Tuttavia è da accreditare al regista stesso la stesura del copione, operazione che l’ha occupato per 13 anni della sua vita e che, a film ultimato, gli ha fatto guadagnare vari premi critici e una discreta fama sia in Corea che all’estero.
Sono davvero poche le scene che persistono sullo schermo meno di un minuto e tutti questi quadretti, sia in scuri interni che di suggestivi panorami, finiscono col comunicare in un modo o nell’altro allo spettatore un opprimente senso di claustrofobia e di staticità, trovando così il corrispettivo dello scorrere monotono e piatto della vita all’interno di un piccolo villaggio, esattamente in contrapposizione con quanto ci viene ricordato ad intervalli regolari da alcune scritte a proposito della guerra di Corea.

Ambientato nei primi anni ’50, infatti, il film mostra le vicende storiche dal punto di vista della gente di questo villaggio, limitrofo ad una base americana, viste quindi da lontano (al grido di “uccidiamo tutti i comunisti”)  e vissute solo marginalmente, negli effetti che esse portano – soprattutto per il tramite di questa base – all’interno della loro vita chiusa, immobile e povera.

E sono però proprio questi effetti, per quanto minimi o riguardanti un numero limitato di abitanti, a ricordarci in maniera misurata e delicata della presenza sì lontana, ma largamente ingombrante rappresentata dalla guerra voluta dagli USA. Tuttavia non è solo a livello visuale che l’opera di esordio di Lee Kwang-mo si distingue e si fa apprezzare. Anche la trama, ben strutturata e mai banale, colpisce per la sua toccante delicatezza e per la semplicità con cui mette in scena il percorso che finisce per unire i due bambini protagonisti e con cui sviluppa il microcosmo che gira loro attorno. Pur essendo questi bambini i protagonisti, tuttavia le tematiche affrontate sono adulte e intelligenti: l’amicizia, la guerra, la divisione tra le classi sociali e la frustrazione che ne deriva, l’estrema povertà e la necessità che porta a gesti estremi…
Nel suo piccolo, il villaggio rispecchia alla fine le sensazioni di un’intera nazione che si sente straniera nella sua stessa terra e che non capisce appieno le cause di un conflitto fratricida, ma che ne vive soltanto le conseguenze come fossero importate da altri, cercando opportunisticamente di approfittare per il proprio guadagno e di tenersi a galla per non farsi sommergere dalla povertà e dall’odio.
Curiosità sull’edizione coreana del DVD: ha rappresentato la prima uscita su questo supporto di un film nazionale.

Ed ora una domanda posta a Kim Hyung-ku, direttore della fotografia di Spring in My Hometown, in occasione della conferenza stampa dedicata alla fotografia durante la settima edizione dell’Udine Far East Film Festival (2005).

AF: Spring In My Hometown è stato un film in cui il suo contributo era particolarmente significativo. Come è nata l’idea delle scene-fotografie e quali difficoltà avete incontrato?

KHK: La cosa più difficile è stata riprodurre fedelmente l’ambiente in modo che fosse il più fedele possibile all’epoca storica e togliere o ignorare gli elementi architettonici che tradissero questo proposito (purtroppo largamente presenti dove è stato girato il film). Ma i maltrattamenti degli americani ai danni dei coreani erano un tema importante, da me molto sentito fin da piccolo, quindi ho accettato volentieri questa sfida e quella delle riprese “a distanza”, che, per quanto di difficile realizzazione, avevano il pregio di essere dei veri e propri “quadri”. Successivamente il film è stato trattato con dei filtri gialli e verdi che avevano lo scopo di accentuare il sentimento di dolore e di affettuosità del popolo coreano per questa vicenda storica.

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