Stacy: Attack of the Schoolgirl Zombies

Voto dell'autore: 4/5
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stacyStacy è un film anomalo e -come tutti, più di tutti- da contestualizzare al momento della propria uscita sugli schermi onde cercare di sviscerarlo adeguatamente. E’ uno di quei film dotati del pregio (o difetto a seconda di come la si voglia guardare) di dividere in toto il pubblico: o lo si ama incondizionatamente o lo si odia. O ci si abbandona al suo fluire placido e ondivago, libero e folle o lo si eradica senza apparente pietas alcuna. Proprio come, fatti i debiti paragoni, il Tetsuo di Tsukamoto, che al momento della sua “uscita” era capace di sezionare perfettamente in due il pubblico, status solitamente destinato ai grandi film, a quelli maggiormente immortali.
Stacy è un breve lavoro che cammina perennemente in bilico, striscia su una lama di rasoio delicatissima; avanza pericolosamente sul confine tra idiozia più totale, deriva splatter dura e pura e profondità pessimista sentita e coinvolgente.
Se la parte idiota a metà metrica prevale, il finale nerissimo lo riabilita in toto. Si potrebbe dubitare sulla consapevolezza del risultato ma leggendo tra le righe delle interviste e osservando finalmente a posteriori la carriera del regista tutto appare più chiaro. Stacy possiede anche la facoltà di essere un film piccolo e raro, non tanto per la reperibilità che ormai oggi è quasi estinta, comprabile o scaricabile un film si trova, quanto per la difficoltà di trovare notizie o testi seri che ne trattino in modalità critica analitica e approfondita.
Stacy è un piccolo film, anche relativamente breve; il regista pur di avere tutti gli effetti speciali che desiderava(spesso riciclati) l’ha girato interamente in video in soli dieci giorni di riprese, risparmiando sulle pause e le ore di sonno.
E’ quindi un piccolo miracolo figlio della disperazione, della tenacia, della volontà e passione per il cinema e trasuda dell’alone funereo del romanzo da cui è tratto, scritto dopo gli attentati al gas sarin a Tokyo.

Ma cosa o chi sono le Stacy? L’idea base del film, il contesto in cui si svolge la storia, narra di un momento in cui le ragazze dai 15 ai 17 anni che muoiono diventano delle zombie, ribattezzate Stacy dal nome della prima di loro a subire questo destino. Responsabilità della loro sorte è dei genitori che devono eliminarle prima che possano contaminare qualcuno. La routine è ormai diventata quella di chiamare una squadra governativa di abbattitori di Stacy per compiere il lavoro (o se si ha fegato, fare il lavoro in proprio magari usando l’apposita motosega comunemente pubblicizzata in TV). Su queste premesse si innestano le storie/vite di alcuni personaggi. Quello che è un inizio euforico e ilare (ma perennemente permeato da una partitura sonora particolarmente malinconica) esploderà in una sezione finale nera, crepuscolare, pessimista e al contempo il più genuino ed enorme paradigma dell’amore.

Probabilmente Stacy si può osservare come una versione aggiornata e (post)moderna di Elephant Man, o comunque della classica saga dell’amore impossibile tra due universi fisici/sociali agli antipodi, Quasimodo/Cenerentola/il fantasma dell’opera/Giulietta. Un altro fattore interessante che abbiamo notato è la presunta similitudine di idee con i Wurdalak di Tolstoj già adattati da Mario Bava per I 3 Volti della Paura e ne La Notte dei Diavoli di Giorgio Ferroni. D’altronde le Stacy, volenti o nolenti, devono divorare le persone a loro più vicine, le persone che amano, e devono essere uccise da coloro che amano. Il film presenta addirittura la preparazione preventiva di un omicidio d’amore che sfocia nel finale, quanto previsto/prevedibile, quanto delicato.
L’arma con cui i privati abbattono le loro care divenute Stacy è comunemente una motosega. Solitamente pubblicizzata in TV, la “Blues Campbell’s Right Hand” è un’arma costruita per sdrammatizzare sull’evento, che unisce potenza e affidabilità ad un look ultrapop; la motosega infatti ha una sezione interamente in plastica colorata (di diversi modelli) nella quale infilare la mano e una sega a catena micidiale. Le pubblicità in TV riprendono il look ultrapop sciocco di tanti spot giapponesi (già messi in scena con ironia su Battle Royale). La cosa curiosa è che l’attrice dello spot è un nome noto in un cameo d’eccezione: si tratta di Hinako Saeki, attrice presente anche in Uzumaki e Misa the Dark Angel (aka Wizard of Darkness III). Stessa cosa per l’attore dello spot, lo stesso Kenji Otsuki autore del libro da cui è tratto il film.
Va detto che osservando gli sviluppi del cinema giapponese degli ultimi 10 anni, Stacy si rivela forse come il film più radicale e prossimo al futuro quasi immediato dei prodotti della Sushi Typhoon; simile l’utilizzo del sangue e degli effetti “gommosi”, girato in digitale, deriva pop, qualche spicchio di ammiccamenti esotici per l’occidente, una goccia di sensualità, una dose di melodramma. Probabilmente però è anche il più riuscito e coerente di tutti i prodotti che sarebbero giunti di lì a poco dalla costola della Nikkatsu. E il regista, che successivamente convergerà verso quella casa di produzione, non dirigerà più nulla, ad oggi, di tale intensità e aura autoriale.

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