Story of a Prostitute

Voto dell'autore: 4/5
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Story of a ProstituteIl morbido e vibrante bianco e nero di Story of a Prostitute è in netto contrasto con i colori pastello vivaci e ben definiti che Suzuki Seijun aveva usato qualche tempo prima per Gate of Flesh. Di questa pellicola si potrebbe pensare che sia semplice estensione della precedente visto che si tratta anche in questo caso di un adattamento di un romanzo di Tamura Taijiro con la stessa ottima attrice protagonista che ivi aveva esordito: Nogawa Yumiko. Al di fuori dell’inquadratura poi si muoveva il medesimo staff tecnico, quindi le scenografie di Kimura Takeo così come le notevoli musiche di Yamamoto Naozumi sono di nuovo lì a deliziare lo spettatore. Per questo riflettere sugli intenti programmatici dei film del regista di questo periodo risulta spesso un vano esercizio. Beffardamente sorride quando si chiedono lumi sulle sue scelte e smentisce qualsiasi congettura descrivendo questi film come commissioni della Nikkatsu a cui cercava di dare un’impronta registica personale.

Ovviamente il simpatico burlone non la conta giusta nemmeno stavolta, perché legato che fosse ai vincoli di produzione confeziona un altro enorme pezzo di cinema proseguendo sapientemente sul sentiero tracciato dall’opera di Tamura. Invece di avere sullo sfondo il dopoguerra della nazione, questa volta la vicenda è ambientata nella Cina invasa dalle forze giapponesi. Lo scrittore aveva già usato questo settings per il romanzo che viene considerato come il primo esempio di Nikutai Bungaku (letteratura della carne) e che programmaticamente aveva già nel titolo il medesimo termine Akuma no Nikutai così come lo aveva il successivo Nikutai no Mon da cui fu tratto Gate of Flesh. Come il corpo rappresentasse per l’autore una rivalsa dell’individuo verso la pervasività dello stato e della sua autorità è un tema che soggiace a quel primo film, ma più didascalicamente faceva parte del primo romanzo che scrisse sul tema: Akuma no Nikutai, dove l’attrazione carnale veniva usata per annullare la distanza tra un uomo Giapponese e una donna Cinese, entrambi fedeli alla loro opposte ideologia.

La sua capitale importanza nell’interpretare la percezione della sessualità in un periodo talmente delicato e buttare le basi di un intero mondo a venire non prescinde dal fatto che Tamura fosse comunque uno scrittore di larga diffusione, che utilizzava questi mezzi per guadagnare immediatezza e arrivare al grande pubblico. Nella storia di Harumi (Nogawa Yumiko), tratta da un ulteriore romanzo del filone, l’eccessivo schematismo di certi simboli viene superato andando a scavare in una delle più vergognose e discusse scelte della nazione in quel periodo: la creazione di un corpo di «donne di conforto» ovvero ragazze, prevalentemente cinesi e coreane, strappate alle loro famiglie e costrette a prostituirsi per l’esercito di stanza in guerra. La simpatia di Suzuki per le congreghe di donne si riallaccia a quella del precedente film, ma la storia stavolta non è corale e concentrata sulla sola protagonista. Illusa, poi tradita da un uomo a Tianjin, la giovane prostituta decide di raggiungere il fronte. Story of a Prostitute non si sviluppa come una storia sul branco e sugli istinti animali come Gate of Flesh, ma prova a raccontare una storia d’amore nascere in condizioni disperate. La storia di una donna che ha deciso di annullarsi dando il suo corpo a più uomini possibili.

«I nostri corpi sono tutto quel che abbiamo. Non possiamo permetterci di rovinarli»

«Sono già stati rovinati»

L’anormalità del contesto contribuisce ad alienare e definire i rapporti tra tutti, per cui è il disgusto per sé stessi e per gli altri a stendere quei fili invisibili che legano tutti i personaggi. In quella dimensione parallela, Harumi si sente attratta dalla giovane leva Mikami perché si sente disprezzata, così come il brutale superiore di Mikami si sente attratto da Harumi per lo stesso motivo. Non è propriamente un triangolo amoroso, perché Mikami è legato dalla disciplina all’obbedienza verso il superiore: «mi odia, ma mi obbedisce come un cane perché così gli è stato insegnato. Un militare deve obbedire a tutto.» E questo rimane invariato anche quando viene offerta ai due la possibilità di fuga dall’esercito nemico che li ha catturati. Forse fa un po’ sorridere un esercito cinese morbido e rispettoso della convenzione di Ginevra contrapposto a quello giapponese pronto a mandare alla corte marziale il giovane soldato per restituirgli l’onore dopo essere stato catturato, ma è funzionale a stigmatizzare la folle corsa al suicidio che l’intera nazione compiva in quei mesi. Se si perdona il didascalismo dei personaggi di Uno, il soldato filosofo con simpatie socialiste che diserta ad un certo punto, o della prostituta cinese, che sembrano diegeticamente parlare al pubblico più che agli altri personaggi del film, rimane comunque la sensazione della ferita profonda inferta da quella ingiusta guerra di invasione.

Se ancora oggi settori più reazionari della vita politica giapponese tendono a sostenere tesi insostenibili e a minimizzare la propria storia1 per far abbassare la guardia a una società in sofferenza, allora quel monito finale della povera prostituta cinese può essere ancora un colpo ben inferto:

«I Giapponesi hanno sempre fretta di morire. [..] Morire è la vera codardia.»

Tutto questo rende certamente la pellicola un oggetto profondamente stratificato, che lavora su più livelli, ma di cui il più bello e lirico rimane quello meramente estetico curato da un poeta dell’immagine come Suzuki. Dalla prima bellissima inquadratura della Nogawa che guarda al di là della quarta parete, i momenti di dialogo inconscio della protagonista con lo spettatore è continuo e reiterato. E poi vi è un sottile gioco di simmetrie ripetute più volte lungo la storia. Simmetrici sono per esempio i due pianti isterici a inizio e fine film, legati alle due volte in cui Harumi disperatamente realizza la totale incomprensione del suo amato, come questi preferisca annullarsi nell’abnegazione al suo dovere di soldato piuttosto che nell’amore (carnale). Simmetriche sono anche alcune splendide inquadrature di muri, barriere che continuano a separare i due amanti, come in quell’immagine di Harumi che singhiozza al di là del muro dove Mikami assolve al suo dovere di soldato. Quasi stride tutto questo lirismo col nichilismo di fondo, quando nemmeno l’amore potrebbe mai salvare quelle due anime perse.

Note:

[1] L’esempio più recente di questo atteggiamento è rappresentato dal caso di Miyazaki Hayao, le cui interviste per Kaze Tachinu (The Wind Rises) diventano ogni volta un dibattito politico. Più volte il maestro ha ribadito che la propria nazione dovrebbe evitare di abusare la figura del progettista del caccia da guerra Zero Horikoshi Jiro, a cui e` dedicato il suo film, evitando di enfatizzare l’endemico nazionalismo della nazione. Allo stesso modo è tornato sulle donne di conforto ribadendo come il Giappone debba fare ammenda per la sgradevole faccenda. Per queste opinioni diversi commentatori lo hanno bollato come “traditore della patria”.

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