Sukeban Deka

Voto dell'autore: 3/5
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“Vado incontro alla rovina, potete pure ridere di me se volete..”

Sinossi: Asamiya Saki viene ingaggiata da una misteriosa agenzia, che usa come ricatto la paventata esecuzione della madre condannata a morte, per combattere il crimine all’interno delle scuole superiori. L’unica arma a sua disposizione  è uno Yo-Yo in lega speciale. Presto Saki scoprirà  che varie forze oscure si muovono all’interno del sistema scolastico per il dominio del Giappone e che la sua famiglia ne è coinvolta più di quanto immaginasse.

Sukeban DekaRiflessioni: Nel 2012 è legittimo chiedersi cosa sia rimasto degli anni ’80. Sono anni unanimemente ritenuti brutti per le arti visive eppure è innegabile che tante cose siano state seminate allora e abbiano germogliato successivamente. Lo stesso revival in tutti i campi di quel periodo in questi anni di informazione massiva usa e getta lo lascia trasparire. E Sukeban Deka è a tutti gli effetti figlio di quella società. Nonostante il fumetto di Wada Shinji da cui trae origine appartenga agli anni ’70 e sia chiaramente indebitato con il cinema delle cattive ragazze della decade precedente, il raccordo non è così immediato a meno che non si consideri tale la connotazione caratteriale delle protagoniste. Spesso sole perché vittime dei rapporti imposti dalla società giapponese e con tanto di quel dolore nascosto giù nell’anima, le teppiste liceali incarnano l’archetipo dell’adolescenza travagliata per gli autori. Si tratta di una rappresentazione di personaggio tipo che dal dopoguerra ad oggi continua a riprodursi mutata lievemente dalle sole condizioni al contorno come vestiario e gergo in tutte le opere di finzione. Tanto è vero che il cinema delle teppiste continua tuttora a sopravvivere con intere saghe dal numero indefinito di capitoli per il mercato video. Sukeban Deka è allora il corrispettivo per quegli anni delle saghe precedenti e successive, ma non solo, perché si porta dietro la creazione di una vera e propria iconografia persistentemente stampata nella memoria di chi all’epoca lo visse sugli schermi televisivi.

Al centro di tutto c’è il volto di Saito Yuki, inscindibile dal personaggio di Asamiya Saki, completamente mutata nella sua sofferta controparte. Qui alle prese con uno dei primi ruoli della sua lunga carriera da attrice e cantante, certamente ebbe una spinta notevole sia dal ruolo sia dalla ormai celebre sigla di chiusura che cantava lei stessa. Le stesse parole che vengono recitate  ad libitum per ogni episodio durante la resa dei conti col cattivo di turno sono fatte ad uso e consumo del fan per diventare quasi liturgia. Yurusenai (許せない), che significa pressapoco “non ti perdonerò” è una delle formule ripetute da Saki ai suoi nemici, ma anche l’invito a ridere del suo destino di negletta dalla società diretta verso la decadenza è vera e propria anafora, ripetizione di un canone noto. L’enfasi è spostata sull’irrimediabilità del declino per l’adolescente tipo nel sistema scolastico giapponese. Per loro anni sui libri di scuola che chissà se serviranno, anni di amori violenti litigando per le vie, anni vuoti di una ciclica eternità giovanile che si ripete di generazione in generazione.

Come quasi tutti i prodotti della decade in oggetto purtroppo la serie nella sua complessità non è affatto bella, perché invecchiata in malo modo. Bisogna aspettare una decina di puntate per vedere arrivare degli antagonisti veri per la protagonista. Le tre sorelle Mizuchi come verrà sviluppato nel resto della serie sono figlie di quel Giappone elitario alla base della sofferenza della società. La struttura piramidale per cui i vertici tendono a stritolare le fasce più deboli per il proprio profitto è riprodotta nell’ambito scolastico e portata al parossismo totale. Che il padre delle tre possa cospirare per creare una élite di dominatori della nazione tramite il sistema educativo è stratagemma di finzione che fa sorridere abbastanza. Il fatto che sia condito di tragedie, spietate uccisioni, terribili cospirazioni è sì accessorio, ma è quanto ha contribuito a determinare il successo tra gli spettatori. Saki, alla stregua degli orfani di Nagai alla guida dei loro robot, incarna un impossibile ideale di antieroe mutuando dalle sorelle maggiori dei succitati film degli anni ’70 la vena decadente e senza speranze di futuro.

Hisami (Asano Natsumi), Ayumi (Endo Yasuko) e Reimi (Takahashi Hitomi) incarnano perfettamente la cattiveria con cui la classe superiore si rivolge a quella inferiore che si continua a tramandare di generazione in generazione. Non c’è un briciolo di simpatia per loro verso i compagni di classe, mentre dall’altra parte della barricata c’è la sukeban Saki a difendere i valori dell’educazione nello strano mondo di valori invertiti che fa da spina dorsale a tanti film in cui è l’uomo della strada che difende il bene comune. A tutti gli effetti la serie rientra anche nella categoria tokusatsu, visto che alcuni effetti speciali vi sono, così come la struttura episodica con un nemico per puntata, l’associazione segreta a difesa della nazione e l’approccio spionistico comune a quello delle prime serie. Si presenta come un splendido ibrido pieno di suggestioni che sarebbero state mutuate da tanti altri prodotti, prima di tutto dalle due serie sequel diretto di questa per Fuji TV a cavallo tra il 1985 e il 1987, ma anche da prodotti scolastici simili come Sērāfuku Hangyaku Dōmei (Nippon Television 86~87), Schoolgirl Commando Izumi (Fuji TV 87~88), e Hana no asuka gumi! (Fuji TV 88). In una puntata c’è persino una setta di streghe che recita l’Eko Eko Azarak, rituale magico di Wicca, da cui avrebbe preso nome un’altra leggendaria serie scolastica di qualche anno dopo, così come sarebbe forse da citare anche la spassosa versione pinku di Sexy Battle Girls, giusto per evidenziare l’influenza iconografica su vasta scala per la cultura popolare. Influenza che perdura negli anni. In tempi più recenti nel 2006 Fukasaku Kenta, figlio del maestro Kinji e co-regista con lui di Battle Royale II, gira un moderno remake (Yo-Yo Girl Cop) in cui Yuki Saito torna nel ruolo della madre della nuova incarnazione di Saki, mentre altre citazioni le si trova sparse ovunque di cui la più vistosa è in Mutant Girls Squad della Sushi Typhoon anche se ad essere chiamata in causa è soprattutto la seconda serie. Forse rimane un po’ poco delle leve sociali ispiratrici di questi prodotti in questi esempi più recenti, per questo è bene non lasciarle inosservate. Come la realtà contaminasse la cultura popolare è sempre stato il segreto del successo delle serie tokusatsu giapponesi dei tempi andati. Il disagio giovanile è credibile sul volto di Saito Yuki, così come su quello delle sue compagne. Essere idol, tarento, persona di successo per esempio non impedì a Endo Yasuko di togliersi la vita giovanissima, men che diciottenne a pochi mesi dalla fine della serie. Vero allora che gli anni Ottanta sembrano accaduti quasi ottanta anni fa, perciò si rida quanto si vuole dell’ingenuità di fondo nella costruzione di questa serie, ma non si rida del substrato terribile su cui poggia. E i miti d’altra parte poggiano sempre su un fondo di realtà.

Galleria eroi:

Galleria nemici:

Materiale promozionale extra proveniente da riviste dell’epoca:

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