Sukiyaki Western Django

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Sukiyaki Western DjangoSukiyaki: piatto della cucina tradizionale nipponica che si presenta in sostanza come uno stufato di manzo, tofu e spaghetti giapponesi con verdure e salsa di soia, il tutto bollito lentamente in una bassa pentola di ferro.
In Italia abbiamo gli spaghetti e i maccheroni (anzi, i macaroni), Sergio Leone e Bruno Corbucci? Ecco che in Giappone c’è il Sukiyaki, Kurosawa Akira e Miike Takashi, e non è un segreto che i due paesi si stiano influenzando a vicenda già da tempo – cinematograficamente parlando – in una sorta di scambio reciproco di idee ed atmosfere. E così è arrivato il momento anche per il nostro regista preferito di realizzare un film che prenda numerosi elementi dall’immaginario western tipicamente occidentale, supportato nell’operazione da un colosso del calibro di Sony e presumibilmente invogliato dal recente avvicinamento alle terre d’occidente (con Masters of Horror: Imprint, ma anche con le sue collaborazioni/amicizie con Eli Roth, Guillermo Del Toro e Quentin Tarantino). A dire il vero, non si riesce bene a comprendere cosa non funzioni esattamente in questo film, certo è che rispetto ai suoi lavori più riusciti questo dia l’impressione – nonostante l’alto budget utilizzato – di essere poco più che un divertissement. Un film di puro intrattenimento quindi, che ovviamente prende l’ispirazione da un genere, il western all’italiana, che se nei cinema giapponesi è sempre stato poco presente, sui canali delle TV private si è ritagliato la sua fetta di spazio: è il regista stesso che, nel corso di una recente intervista, ha ammesso di aver passato da ragazzino più di una serata incollato allo schermo televisivo davanti a pellicole come Un Dollaro Bucato di Giorgio Ferroni, senza contare che il padre del giovane Takashi – anch’esso fan degli spaghetti western – era solito acquistare al figlio armi giocattolo (in una delle prime pagine del libro Agitator di Tom Mes è ritratto un giovanissimo Miike che indossa un vestito da cowboy, con tanto di pistola e cinturone). L’idea di concretizzare un progetto del genere, girato oltretutto in lingua inglese, è nata quindi principalmente dalla fiducia acquisita dal regista nei confronti dei produttori americani, dopo che l’idea del precedente Masters of Horror: Imprint era stata accolta in maniera così calorosa; per la preparazione di  Sukiyaki Western Django è stato però necessario insegnare l’inglese agli attori per poi farli recitare con un accento che – va detto – è ai limiti del comprensibile persino per i madrelingua. Il bizzarro giappo-inglese utilizzato dai vari personaggi può risultare di certo divertente, e senza dubbio va ad enfatizzare il tono squisitamente comico della pellicola, ma sulla lunga durata rischia più che altro di irritare. Il problema più grosso del film non è comunque relativo a questioni di accenti, quanto al fatto che durante lo sviluppo della vicenda – scritta da Nakamura Masaru (già collaboratore fidato di Miike in altri suoi eccellenti lavori come Big Bang Love, Juvenile A, The Bird People in China, Dead or Alive 2: Birds o i due Young Thugs) e adattata a sceneggiatura dal regista stesso – si percepisca una sensazione di smarrimento, di scarsa coesione tra i vari elementi, come se i tasselli che compongono Sukiyaki Western Django siano stati assemblati in maniera maldestra, con delle sbavature di colla nei punti in cui dovrebbero aderire alla perfezione. Non è il film peggiore del regista, che in passato è stato in grado di elargire allo spettatore perle di bruttezza quali Silver o Bodyguard Kiba, ma se alcuni dei lavori precedenti potrebbero persino acquisire un certo fascino naif – vuoi anche per la scarsità di mezzi a disposizione – in questo specifico caso era lecito aspettarsi sicuramente di meglio. Ecco, Sukiyaki Western Django difetta in termini di personalità e di profondità, qui c’è solo l’involucro della poetica e delle tematiche miikiane, come se il film fosse stato girato da qualche imitatore del regista di Osaka. Miike è solitamente abile nello sfruttare generi, situazioni nonchè personaggi per sviluppare e approfondire le proprie tematiche personali, e anche in questo caso l’intreccio si sarebbe benissimo prestato per un’operazione del genere: il tema dell’outcast, per esempio, nella figura non solo del pistolero solitario ma anche del piccolo Heiachi (Uchida Ruka), figlio “meticcio” di un componente dei rossi Heike e di uno dei bianchi Genji, che dopo lo shock subito a causa dell’uccisione del padre ha perso l’uso della parola. O ancora la figura della leggendaria Bloody Benten, costretta a celare la propria identità fino alla fine: sono tutti personaggi che avrebbero meritato una caratterizzazione più approfondita – anche se Heiachi è forse uno di quelli meglio abbozzati – e che in questo caso non riescono a coinvolgere più di tanto lo spettatore. La stessa vicenda delle due fazioni rivali in lotta per il tesoro, che come in altre pellicole del regista rappresenta il potere che corrompe e addirittura uccide, si trascina stancamente mostrando ora l’uno ora l’altro gruppo, citando apertamente la guerra delle due rose tra Lancaster e York nonché le tragedie scespiriane, ma non riesce ad avvincere come si vorrebbe. A conti fatti, ciò che  funziona meglio in questo film sono le scene d’azione, che perlomeno divertono e sono realizzate davvero con maestria: su tutte, il lungo inseguimento a cavallo che rappresenta uno dei momenti migliori di tutta la filmografia di Miike in versione action, senza contare le innumerevoli trovate bizzarre che in più di un’occasione suscitano risate esplosive (il salto sul cavallo dalla finestra, il buco nel torace…). Per quanto riguarda l’aspetto puramente estetico nulla da eccepire: scenografie – che fondono quelle western a quelle giapponesi dei “jidai-geki” – e paesaggi (il set è stato costruito nei pressi dei monti Tsukiyama, a Ishikura, Yamagata) sono ottimamente fotografati da Kurita Toyomichi (già all’opera con Masters of Horror: Imprint) che dona quel tocco polveroso e sudaticcio che si sposa perfettamente coi fantasiosi costumi di Kitamura Michiko; mentre il fido Endô Koji sforna dal cilindro magico la sua gustosa versione giapponizzata del tema di Django. L’aspetto però non è sufficiente, se manca la sostanza. E’ lecito quindi parlare di occasione sprecata, date anche le ampie risorse a disposizione del regista, speriamo solo che casi del genere si ripetano il meno possibile.

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