Survey Map of a Paradise Lost

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Hard Focus EavesdropSurvey Map of a Paradise Lost è uno dei titoli più noti del periodo di forsennata produzione di Sato Hisayasu a cavallo tra anni ottanta e novanta. Meritatamente si potrebbe dire, se paragonato ad altri titoli che hanno fatto la loro fortuna sull’eccesso e le lordure. Si pensi per esempio allo straight to video Naked Blood, che è a distanze siderali da qualsiasi film in pellicola di questo periodo, e solo grazie agli eccessi grafici tipici dei prodotti destinati al noleggio del tempo e sulla quasi totale assenza dell’elemento sessuale fonda la sua fortuna. La questione risiede sempre nel fatto che risultava difficile la comprensione di un florido mercato dei pink eiga all’estero, in un periodo in cui la pornografia aveva ormai invaso le case di chiunque. Ben più facile quindi far circolare un Naked Blood, così come erano circolati gli All Night Long e i Guinea Pig, piuttosto che un piccolo film intervallato dai canonici quattro amplessi dei pinku che, a volerla dire tutta, generavano spesso più noia che coinvolgimento in chi magari nel film ci era entrato emotivamente.

La recente distribuzione in occidente di alcuni di questi film è segno di un cambiamento parziale, di una rinnovata attenzione verso i registi di quel florido periodo, che molto avevano da dire e un po’ per costrizioni economiche, un po’ per la scelta di avere mano libera con i temi affrontati, si ritrovarono a tirar fuori film erotici in maniera convulsa. Tanto è vero che il titolo di distribuzione nei cinema, diverso da quello di lavorazione come d’usanza, è Hard Focus: Eavesdrop. L’idea era quella di richiamare il successo de La Conversazione di Coppola, che ruotava attorno al tema delle intercettazioni telefoniche, ma ovviamente le traiettorie dello script di Yumeno Shiro sono ben distanti da quel capolavoro. Il disturbo mentale che al solito assilla i suo personaggi qui si muove in diverse direzioni. Il reporter interpretato da Nakane Toru, attore ben noto ai cultori del pink eiga a sfondo omosessuale, così come lo stesso Sato Hisayasu lo era da regista, nel tentativo di fare un’inchiesta sulle linee telefoniche dedicate agli appuntamenti per adulti, si imbatte in Midori e Kihara. Il primo personaggio è una «classica» liceale confusa, che fa fantasie sessuali sulla morte per caduta interpretata da Hashikawa Rio, mentre l’altro, interpretato da Sano Kazuhiro, altro prolifico membro dei Pinku Shitenno, è un sadico informatico specializzato in intercettazioni telefoniche.

La storia segue traiettorie arzigogolate e vaghe, ma lo si prenda pure come eufemismo per “sconclusionate”, con lo scopo finale di delineare un thriller. Un po’ come nel successivo Re-wind tutto si svolge un po’ a casaccio, caratteristica comune a tanti script di Yumeno e alle regie di Sato. Altrove, al solito, sono i punti di interesse dei film che possono parzialmente risvegliare l’attenzione dello spettatore. L’estremo morboso che tramite loro viene continuamente esplorato, per meglio dire deformato, in ogni possibile direzione è dove si annida quell’interesse. Il tecnologico Kihara ama fare lo shibari con cavi elettrici e torturare con scosse la povera Midori. Non meglio va alla moglie interpretata da Ito Kiyomi, l’onnipresente attrice della cinematografia del regista che, dipendente dai farmaci per una tremenda allergia, viene lasciata legata ad agonizzare per il prurito mentre viene ripresa dalle videocamere di Kihara. Sono piccoli indizi che conducono alla rivelazione finale del maniaco, che malato terminale, si dedica completamente al sadismo e mette in atto un complicato piano per farsi “suicidare”. Un copione abbastanza sterile, quasi quanto il soggetto di partenza, tenuto su dallo stile di Sato che consegna al solito la sua visione fatta di schermi di computer, paesaggi urbani asfissianti e disturbanti scene di sesso. La forza del suo cinema è al solito in questa deriva tangenziale. Infatti i film più deludenti per gli appassionati sono spesso quelli più conformi, ma che per altri versi risultano più compiuti a livello narrativo, come ne è esempio Birthday, sceneggiato non a caso da altra sceneggiatrice piuttosto che da Yumeno. Difficile decretare quale aspetto conti più tra narrativa e deriva, per un regista che raramente si è avventurato al di fuori dei confini del genere e che mai è riuscito ad ottenere la giusta sintesi tra i due aspetti, rimanendo spesso una irrisolta incognita a livello critico.

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