Survive Style 5+

Voto dell'autore: 3/5
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Survive Style 5+Se vogliamo dare per vera la teoria che presagisce un’attuale perdita di identità culturale del Giappone e una spersonalizzazione del proprio gusto estetico in favore di un immaginario occidentale, questo film ne è il paradigma. Figlio della globalizzazione cinematografica Survive Style 5+, pur nel suo coraggio e nella sua follia estetica tipicamente asiatica, non può che lasciare dell’amaro in bocca soprattutto in chi va cercando nei film un riflesso e delle specificità proprie del paese produttore.

Il film infatti possiede due immediate realtà che colpiscono fin dalle prime inquadrature, realtà assolutamente appartenenti ad un cinema non giapponese.
La prima, è che il film possiede tutti i pregi e tutti i difetti del classico film di un autore di videoclip occidentale passato al cinema: scenografie sfarzose, ricercate e pompose, fotografia a tema che non fa che inseguire le proprie visioni autoriali, stile di regia e di montaggio che troppo spesso utilizzano per raccontare un altro linguaggio -quello del videoclip appunto-  e una certa attitudine autocompiaciuta nel mettere in scena le proprie visioni e il proprio universo con il solo scopo di strappare un urletto di meraviglia allo spettatore.
Al contempo il film possiede anche tutti i fastidiosi elementi cool abusati dai giovani registi virtuosi post tarantiniani: dialoghi forzati e spiraliformi, personaggi sopra le righe maniacali, violenza postmoderna, estetica della composizione che subordina la narrazione a sè stessa. In poche parole non conoscendo il regista sembrerebbe di vedere un film di Guy Richie, e la somiglianza di stili è quasi imbarazzante. L’utilizzo barocco delle location e questa arrogante attitudine a presentare delle belle scenografie incartate di colori ultrapop ricorda anche l’esordio del tutto gratuito e pretestuoso alla regia di Tarsim (anche lui proveniente da spot e clip), The Cell.
Detto questo bisogna però dare al film quello che è del film.
Una lungo racconto frammentato e a blocchi smontati che narra tante storie, di famiglie, coppie, gruppi, singoli, impegnati in avventure surreali perennemente di fronte a crisi dell’individuo e del mantenimento del proprio universo comunitario. Storie grandi e piccole, spesso irrisolte, spesso accennate, alcune del tutto dimenticate e abbandonate. C’è un uomo che un ipnotista ha convinto di essere un uccello e che rimane in questo stato dopo che l’ipnotista viene ucciso prima di risvegliarlo. C’è un altro uomo (Tadanobu Asano) che passa il film ad uccidere la propria ragazza per poi vederla ogni volta ritornare e utilizzare su di lui come legge del contappasso le violenze che le erano state inferte (lui le da fuoco? Lei spara fiamme dalla bocca. Lui la fa a pezzi? Lei spara magli perforanti come Mazinga). Altro che Tomie. E poi un trio di ladri in cerca della propria omosessualità latente, una sbadata pubblicitaria dalle idee sessualmente bizzarre, due killer inseparabili e spietati quanto pittoreschi (uno dei due è appunto Vinnie Jones, l’attore feticcio di Guy Richie).
Alla fine il film è piacevole, ben diretto, ottimamente montato, un gustoso lavoro magistralmente presentato, folle e vitale, assolutamente libero. Un film talmente “impersonale” per certe cose che sarebbe benissimo potuto uscire anche nelle sale italiane. L’avesse diretto Guy Richie non ce ne saremmo accorti nessuno anche se sarebbe stato probabilmente il suo film migliore.

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