Tactical Unit – Comrades In Arms

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Tactical Unit - Comrades In ArmsDopo attese nemmeno troppo brevi e il susseguirsi dei soliti “rumori” in tema, in un paio di anni sono stati prodotti dei lavori che rappresentano questo fantomatico pacchetto riassunto dal nome di “PTU 2” ovvero un sequel ideale di una delle opere più riuscite e acclamate del maestro del noir di Hong Kong, Johnnie To. Inizialmente la promessa era stata del tutto tradita visto che il primo capitolo di questa nuova “saga”, Tactical Unit – The Code era un lavoro in video e per il video che recuperava personaggi ma non conteneva nulla dell’universo unico e straordinario generato dal talento del regista e della sua fabbrica di scrittura. Questa seconda prova raddrizza del tutto il tiro, è girata in pellicola ed ha goduto anche di un passaggio nelle sale locali. E stavolta si può parlare davvero di sequel a tutti gli effetti in parte anche a livello qualitativo. Certo, PTU era un capolavoro e questo non lo è ma ci troviamo di fronte ad un’opera particolarissima che si presta ad infinite analisi a 360 gradi e in cui i mille difetti divengono un’aura anomala, finanche interessante. Innanzi tutto si è corsi ai ripari cercando di restituire al pubblico quello che si attendeva da un film legato alla relativa franchise. Nel farlo si è giocato con un cinema assolutamente di maniera e autoreferenziale, ma anche questo elemento, che normalmente potrebbe essere accolto come macroscopico difetto, regala diversi spunti di interesse. A sostegno di questa tesi sull’autereferenzialità, quasi mimetica, si erge un confronto basato sulle due regie, ovvero quella del primo capitolo in video e di questo che stiamo osservando, curate dallo stesso personaggio, Law Wing Cheong, collega decennale di To. In The Code la messa in scena era sciatta, assolutamente media. In questo capitolo non è migliore ma si adatta in continuazione ad imitare stili e tempi di To, spesso anche con un discreto successo.

L’innesco base è quello di spostare le squadre di ptu dalla giungla urbana hongkonghese ad una intricata “giungla” rurale del nord, giocandola interamente in diurna così da cozzare in toto con il clima oscuro e cupo del predecessore. Al contempo emergono continue (auto)citazioni ed effluvi di opere già viste della casa di produzione maestra Milkyway; dall’incontro tra l’erba alta prelevato da Triangle, al misticismo di Running on Karma (c’è anche un misterioso e agilissimo killer senza nome) ai rapinatori mainlander con relativo incontro di tutti i personaggi, tipico del film pioniere. Anche le musiche ritornano ad essere quelle del primo PTU grazie alla presenza dello stesso compositore, Chung Chi-Wing, che cede il passo al Tommy Wai di The Code. Tanto caos concettuale e narrativo, l’avvicendarsi di eventi e umori anche discordanti, tanto astrattismo grottesco, action irreale, effluvi di contrasti metafisici (che sembrano quasi arrivare da John Woo, nel finale in chiesa) producono un film ombroso e squilibrato che sembra davvero spuntare dai primi anni ’90. Forse il limite maggiore è quello fotografico, visto che in diurna si prestano minori pretesti per potere lavorare con luci così particolari e ricercate come quelle della notte anche mentale del primo PTU. Ma se il pioniere era un capolavoro, questo film, pur non uguagliandolo, riesce a regalare un’ottima opera valida che si pone tra i film “buoni” della casa di produzione, riscattando in toto la delusione del primo spin-off e facendo ben sperare per i successivi capitoli immediatamente prodotti.

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