Tag

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,29/5: 7 voti]

[contiene rivelazioni macroscopiche della trama]

Quando ricevemmo la notizia che Sion Sono stava per mettere mano alla franchise di Riaru Onigokko ci scese un brivido lungo la schiena; opera di origine letteraria tratta da un noto bestseller giapponese, già portata sullo schermo più volte. In pratica Sion Sono stava dirigendo il sesto capitolo (settimo se contiamo anche la serie tv omonima) di una saga che già al primo ci aveva ben poco convinto. Se poi valutiamo il fatto che il regista non goda di particolare stima qui in redazione, esclusi alcuni film, la notizia non poteva che lasciarci abbastanza freddi e scettici. Un anno poi particolarmente prolifico per il regista che era arrivato a dirigere ben quattro film.

Tag è invece un ottimo lavoro e il merito va proprio a Sono e al suo essere riuscito ad adattare un’opera, allontanandosi dalla base abusata, gettando ai rovi anche ciò che di buono avevano gli episodi precedenti (il character design delle tute dei galeotti?) e modellandola secondo la propria sensibilità, farcendola di tanti stimoli e contenuti ben gestiti. Ne esce un suo film meno intellettuale ma ugualmente cervellotico e complesso, vagamente più curato pur rimanendo sempre ludico e a tratti raffazzonato.

Pac-Man nasceva bidimensionale ma col passare dei decenni ha trovato una sua tridimensionalità. Così anche GTA e decine di altri giochi. Anche attività quotidiane, come danzare o cucinare hanno trovato un corrispettivo videoludico interattivo. E se in un futuro non troppo lontano, Tag, il gioco che praticavano (praticano?) i ragazzini in strada correndo e toccandosi l’uno con l’altro per poi fare ripartire la corsa, si evolvesse diventando 3D e utilizzando una grafica ancora più realistica del normale sfruttando come personaggi del gioco cloni umani? E se la struttura di gioco, proprio come in GTAV (titolo non citato a caso e esplicitamente menzionato nel film) permettesse di passare liberamente dalla gestione di un personaggio all’altro? Verrebbe fuori un nuovo Tag, molto violento, realistico e per un target prettamente maschile in cui l’universo è totalmente frequentato da personaggi femminili in modalità fanservice, dalle gonne inguinali, e dagli istinti irrazionali sempre pronte a spogliarsi e a titillare i gusti feticisti dei giocatori più nerd e hikikomori.

Questo è Tag, un oggetto che avanza spiazzando continuamente lo spettatore e rivelando lo scheletro che lo sottende solo nel finale in un gioco comunque elegante e articolato, regalando un’ulteriore step narrativo sul tema. E lo fa lavorando sugli stessi territori dell’eXistenZ di Cronenberg con la differenza che il maestro canadese parlava apertamente di un universo che non conosceva producendo uno scarto in negativo rispetto ai fasti di Videodrome. Sono invece è perfettamente a suo agio in questo territorio e realizza un film fondamentale e modernissimo sulla questione tecnologica e videoludica.

Dell’opera originale dimentica praticamente tutto, il dominio governativo alla Battle Royale, il nome dei personaggi da abbattere e le stupende tute dei protagonisti; a tessere le fila del gioco non è il governo ma un programmatore/giocatore che sta realizzando un proprio desiderio proibito. Degli altri film tiene solo la fantasia acida e surreale degli omicidi che se in The Chasing World era comunque eccessiva ma nella media di alcuni esperimenti sopra le righe statunitensi, qua raggiunge dei livelli totalmente inediti specie nella sequenza di inizio ad alto tasso di meraviglia gore. E le corse estenuanti che già erano ben presenti in tutti i film recenti del regista qui assumono un senso narrativo più coerente e continuo con la franchise.
Il cast di ragazze è assolutamente perfetto, e dal gruppo si eleva la bravissima Reina Triendl nei panni della protagonista Mitsuko.
Lo stile saturo di ralenti e riprese da droni fanno assomigliare spesso il film più a uno di Nakashima (Memories of Matsuko) che a uno di Sono, ma il regista lo riporta nei proprio territori grazie alla classica fretta di messa in scena spigolosa e imperfetta, e che unita alla corta durata di novanta minuti, produce uno dei suoi titoli che ad oggi ci hanno più convinto e appassionato.

Salva

CONDIVIDI: