Tai Chi Hero

Voto dell'autore: 3/5
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TaiChi2“From Zero to Hero”, la tagline del film. Magari fosse così. Andiamo però per ordine. Tai Chi Hero è il sequel girato back to back al precedente Tai Chi Zero, e uscito a pochi mesi di distanza dall’altro. Il primo film aveva goduto di un passaggio al Festival del Cinema di Venezia lasciando tutti un po’ tiepidi. Reazione comprensibile. Perché se da un lato il film adottava ottimamente tutta la filosofia del cinema d’azione mediocre statunitense contemporaneo, al contempo lo poggiava su un tessuto tradizionale tipicamente cinese spiazzando i più. Lo spessore era identico ma parte la cultura locale ben evidenziata e parte il continuo riferirsi e omaggiare il passato, alla fine il prodotto finale poteva apparire di non immediato accesso. Questo sequel riparte da lì e va oltre, risultando migliore del primo film pur possedendo sezioni meno riuscite. L’inizio è infatti debole e sfilacciato e sul finale, nella furia di accumulare mille stimoli, inserisce l’elemento “tot combattenti pittoreschi da affrontare per raggiungere il boss finale”, trovata che spesso è stata base per la durata narrativa di interi film (v. L’ultimo Combattimento di Chen); in questo caso invece se la gioca in un pugno di minuti senza caratterizzare nessuno dei lottatori. Scelta poco felice e inutile. Al contempo, però, per compensare, Tai Chi Hero regala delle brevissime porzioni di riuscito melodramma e le poggia su dei nuovi personaggi ben riusciti (come quello interpretato da William Fung Shiu-Fung).
Peccato che si scordi per strada tutta la parte relativa al “freak”, allo stadio “berserker” del protagonista (guarito dal tai chi (?) in maniera a dire il vero indolore) che, visto il doppio finale, potrebbe tornare nel terzo capitolo della saga. Anche il fattore “tai chi” è timido e non assume mai quell’epica di cui il film pare voler essere monumento. L’evoluzione del protagonista è esile; mentre tutto ruota intorno a lui l’unico elemento personale a cambiare sembra esserne il costume che sul finale lo mostra come una sorta di nuovo Wong Fei-hung. E quindi andiamo a finire agli omaggi e a dove si vuole posizionare il film. Il giovane regista è un nostalgico è l’ha già mostrato nei suoi precedenti lavori. E le varie influenze che ogni tanto emergevano nel primo capitolo qua trovano totale conferma. Stephen Chow in primis per la partitura comica; il rapporto tra arti marziali e popolani discende evidentemente da Kung Fu Hustle (dal quale adotta diversi attori). Ma soprattutto Tsui Hark; il contesto storico, scenografico e le emergenze narrative ricordano più di una volta la saga di Once Upon a Time in China ma andando più a fondo il film non fa altro che sprofondare in uno dei temi ricorrenti del maestro del cinema di Hong Kong, ovvero la tecnologia che cerca di sostituire -mascherandoli- i falsi super poteri dei combattenti. Ed è qui che lo steampunk è interessante metafora per rappresentare in maniera più pittoresca quella che per Tsui era l’invasione tecnologica da parte dell’occidente e la perdita della tradizione. E che forse è un tema ancora più urgente ora, con la potenza esplosiva della Cina nel mondo, che allora. Questo argomento è  l’unico elemento narrativo ad essere approfondito e sviscerato adeguatamente fornendo un ottimo aggiornamento di riflessioni del passato di certo cinema locale.
William Fung Shiu-Fung interpreta infatti un uomo non capace nelle arti marziali, ma eccellente inventore, che fin da piccolo con le sue invenzioni tecnologiche aveva tentato di imbrogliare il padre, maestro  di kung fu, onde gratificarlo; da adulto scappa in città e costruisce straordinari mezzi volanti che saranno parziale deus ex machina nel film.
Il regista cita ma non possiede però mai lo spessore dei maestri e si attiene così a produrre una perfetta e spontanea macchina di intrattenimento senza nessuna altra ambizione, riuscendo il più delle volte e infarcendola di mille invenzioni e creatività a tratti inusitata. E se anche l’effettistica finalmente pop e personale funziona e la regia è mimetica al racconto, il film non possiede però né le straordinarie e ricchissime scenografie ostentate, né la fotografia magistrale di tanti nuovi blockbuster cinesi contemporanei.
Oltre ai grandi attori di Tai Chi Zero ne vengono sommati altri tutti veterani di elevata intensità tra cui spicca Patrick Tse e -soprattutto- Yuen Biao che regala un delizioso scontro finale aereo all’interno di una cucina.

La storia riparte da dove era rimasta. Yang Lu Chan (l’esordiente Jayden Yuan Xiao-Chao) è stato accettato nel villaggio e qui si appresta ad imparare le arti marziali onde salvarsi dalla maledizione che sembra portarlo inesorabilmente alla morte. Nel mentre il villain, sconfitto nel primo capitolo, torna all’attacco armato di letali cannoni occidentali e di un esercito nutrito.

Così di nuovo sembra di assistere ad un film degli anni ’90 con Jet Li, magari un clone di Once Upon a Time in China, meno fisico e di spessore ma aggiornato esilmente alle nuove tecnologie contemporanee. Il doppio finale grottesco la spara “enorme” per un prossimo -sembra confermato- capitolo di fine saga.

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