Takeshis’

Voto dell'autore: 3/5
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Takeshis'Doveva esserne ben certo Beat Takeshi, al momento di chiudere il film e spedirlo in pasto all’amato Festival di Venezia, che il suo Takeshis’ avrebbe scontentato quasi tutti, chi più chi meno. Avrebbe scontentato i suoi fan più accaniti e i suoi critici più rigorosi, perché Takeshis’ è una parodia feroce e disillusa di tutto il Kitano che si è visto finora al cinema, e in quanto tale parodia e sberleffo di tutte le esegesi e di tutte le critiche finora scritte sui suoi film, pernacchia globale agli spettatori del cosiddetto cinema d’autore di cui Kitano farebbe parte.
Takeshis’ amalgama in sé tutte i differenti sguardi del cinema di Kitano, tutti i volti conosciuti e già visti, tutte le situazioni già analizzate e metabolizzate: la fusione lunare di commedia e tragedia; il leit motiv della sparatoria disperata e dello yakuza votato al martirio; il nonsense, e li vira in negativo con l’arma del comico, mischiandoli seconde le non-regole del caos ed evidenziandone per assurdo il loro aspetto più debole e usurato. Così facendo, Kitano “libera” il suo cinema dalle pastoie in cui sembrava essersi arenato, e ne esalta l’aspetto più surreale e selvaggio: il risultato finale è una fusione imprevedibile che echeggia in parti assolutamente non uguali Being John Malkovich, Mulholland Drive, Izo e quello che fino ad oggi era il suo film più originale: Getting Any.

La trama? Forse. Forse una trama, uno scheletro di trama, si può rintracciare qua e là nelle avventure tragicomiche di Mr. Kitano, sosia biondo di Beat Takeshi perennemente in cerca di un lavoro (ovviamente nel mondo del cinema), continuamente tormentato dal vicino di casa, il grandissimo Oshugi Ren, e contornato da vari personaggi più o meno folli/più o meno disperati. Tutto il resto è puro e semplice surrealismo, il buon vecchio surrealismo dei padri, per cui l’alternanza di scene e personaggi e accadimenti non è regolata da altre leggi se non da quelle del sogno e della visione ad occhi aperti. Al diavolo la consecutio temporis e campo aperto alla sperimentazione.

Takeshis’ è ad oggi il film più bello e libero di Kitano, per citare Enrico Ghezzi il meno “filmato”, il meno costruito, il meno estatico, il meno aderente alle regole dei generi, il meno analizzabile. Oppure, più semplicemente, Takeshis’ è una auto-flagellazione cinematografica in forma di parodia. Né perfetto, né capolavoro. (però, a pensarci, non sono poi molti i registi ad avere parodizzato il proprio cinema, invece che quello degli altri). Ma un capitolo fondamentale nella filmografia di Kitano, di transizione ma anche di rottura con le convenzioni dell’autore Kitano, questo sì. In questo senso, sono quasi incredibili le assonanze tra questo film e Izo di Miike Takashi, per cui, in un curioso corto-circuito fra la mostra veneziana di questo e dello scorso anno, sullo schermo ritorna ad esplodere lo stesso afflato anarchico e blasfemo, la stessa violenza sempre più svuotata del proprio senso, la stessa volontà di oltrepassare lo spazio e il tempo banale dei fotogrammi e dell’immagine.
Così, idealmente uniti, Izo e Mr. Kitano decidono di far esplodere lo schermo cinematografico (unitamente alle sicurezze degli spettatori) in un tripudio di fuochi d’artificio.

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