Tales of Terror

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Tales of TerrorSette giovani registi, otto storie dell’orrore, un unico film. Sarebbe un ideale slogan per descrivere al meglio Tales of Terror, prodotto nato dalla televisione e contenente per l’appunto otto diversi piccoli racconti, spesso dalla durata anche inferiore ai dieci minuti, tutti girati in digitale da giovani promesse del cinema giapponese: la serie completa, che conta la bellezza di 84 episodi, è stata trasmessa in Giappone dal canale satellitare BS-i, mentre a fare da padrino in veste di produttore vi è l’ormai celebre ed onnipresente creatore di Ju On, Takashi Shimizu.

L’episodio di apertura, ad opera di Yoshida Akio, è forse il più divertente (insieme al penultimo) e sicuramente quello che più si avvicina alla commedia: degli agenti di sicurezza continuano a redarre degli strani rapporti dopo le ronde notturne in un vecchio edificio abbandonato, salvo poi licenziarsi. La cosa insospettisce il capo dell’agenzia che deciderà di avventurarsi in prima persona all’interno del palazzo in questione insieme ad un’altra guardia, che però sembra non volerne sapere delle presenze spiritiche che lo circondano. Un primo capitolo che rompe subito il ghiaccio con il pubblico e riesce a scherzare senza troppa fatica con gli stilemi del genere horror, presentando una volta tanto un protagonista che tutto sembra essere fuorchè spaventato dai fantasmi; indubbiamente uno degli episodi più riusciti.

Suzuki Kosuke è il regista della vicenda successiva, che vede protagoniste tre ragazze sperdute in un bosco e alle prese con una curiosa nebbia assassina. Si rivelerà una specie di parabola metaforica a sfondo ectoplasmatico sul fumo e sui danni che può provocare, qualcosa che non avrebbe sfigurato come spot ad opera del Ministero della Salute. Poca tensione ed un finale discutibile e affrettato.

Il terzo episodio, di Sasaki Hirohisa, non risolleva la situazione presentando la breve storia di una donna alle prese con dei misteriosi guanti, che di notte si avvicinano pericolosamente al suo collo.

E’ con il quarto racconto però che il già citato Suzuki Kosuke risolleva le sue quotazioni, mettendo in scena l’inquietante storia di una donna e di un bambino disturbati nel sonno da una non ben precisata presenza, che grava sui loro corpi con il suo peso.

Le due storie successive sono ambientate, più classicamente, in una scuola: nel primo, il più breve, assistiamo alla rimpatriata di due ex-compagni nella loro vecchia scuola, alle prese con uno specchio coperto, mentre il secondo, meglio costruito e certamente più d’effetto, ruota intorno all’ormai immancabile schermo dal quale sembra quasi sbucare la “Sadako” di turno.

Nel penultimo racconto, probabilmente il più riuscito del lotto insieme al successivo, un giovane si vede affidare l’appartamento dello zio. L’unico prezzo da pagare è l’obbligo di rispondere ogni volta a una misteriosa voce femminile che chiama un certo “Kazunori-san”. Ovviamente il protagonista non eccede alla regola finchè non decide di invitare una ragazza nell’appartamento, con esiti a metà strada tra l’esilarante e il terrificante.

L’ultimo capitolo, ad opera di Hirano Shunichi, è senz’altro il più triste nonchè uno dei più belli, e vede una madre curarsi del fantasma del figlio morto: una chiusura inaspettatamente tragica ed emotivamente spiazzante.

A conti fatti, c’è davvero molto poco da dire su Tales of Terror. La sua natura televisiva tradisce fin da subito le sue intenzioni di puro divertissement. Non si può negare che certi episodi possano esercitare un certo fascino, ma la via per la rinascita di un genere che si sta autofagocitando non è certo questa: i padrini del new j-horror stanno migrando in massa e dalle nuove leve vorremmo fortemente vedere qualcosa di nuovo. Non vogliamo condannare la serie televisiva in sé, ma il modo di spaventare che ha fatto appassionare milioni di persone di tutto il mondo all’horror giapponese non è certo questo, e vederlo rappresentato e banalizzato così non può che deludere chi si è avvicinato a questo genere con i capolavori di Nakata e K. Kurosawa. Solo per chi vuole passare un’ora e mezza di disimpegnato – e nemmeno sempre spaventoso – divertimento.
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