Tazza: The High Rollers

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Tazza: The High RollersIl Ministero delle Finanze coreano ha rivelato che l’ammontare dei prestiti privati si avvicina alla ragguardevole somma di 20 miliardi di dollari, coinvolgendo più di tre milioni di persone. La conseguenza più immediata (un problema non solo locale) è lo sfruttamento selvaggio degli indebitati, risucchiati in una spirale di aumenti vertiginosi di interessi e more. Le campagne pubblicitarie che sostengono questi usurai legalizzati sono state recentemente al centro di un polverone di polemiche nei media, ma, nonostante l’ostracismo riservato ad attori collaborazionisti-testimonial e il boicottaggio da parte di alcune emittenti, il loro numero arriva oggi a 40 diversi spot circa, su canali pubblici e privati. In un contesto del genere appare evidente la presa che deve fare su un coreano medio la prospettiva di un guadagno immediato, stellare e senza fatica, sogno e bisogno di chi è senza più prospettive economiche. Come una vincita al casino o a un gioco di carte. Ma i motivi dietro allo straordinario successo al botteghino del film di Choi non dipendono solo da fattori sociali.
Non è sempre facile trasporre un fumetto in movimento. Si rischia di deludere i fan, di non raggiungere la qualità dell’originale, di tralasciare troppo, di perdere in freschezza e di non ottenere un ritmo soddisfacente. Il manhwa originale di Tazza aveva un’ulteriore difficoltà da rendere su pellicola: l’atmosfera nera e matura. Choi, tuttavia, con la scelta di un’approccio non fedelissimo, ha giocato una carta vincente, da una parte evitando un confronto troppo diretto col mezzo cartaceo e dall’altra arricchendo e solleticando la curiosità del lettore iniziato. E nella buona strutturazione della sceneggiatura e nello splendore visuale sono da riconoscere le ragioni fondamentali responsabili di aver fatto sciamare milioni di coreani nelle sale per assistere a due ore e mezza di cinema. Un cinema puro, duro e tagliente, ma stiloso ed epico come solo i grandi colossi statunitensi degli anni 70 sapevano essere.

A cura di Mark

Nonostante il titolo che a noi italiani potrà sembrare un po’ buffo, in Tazza: The High Rollers, seconda fatica sulla lunga distanza di Choi Dong-hoon (che ne è anche sceneggiatore) dopo The Big Swindle (2004), le scene in cui si ride sono davvero poche. Del resto – nonostante qualche breve siparietto comico utile allo spettatore per stemperare la tensione accumulata – in questo film ci si aggira dalle parti del noir gangsteristico ambientato nel mondo del gioco d’azzardo, in cui il protagonista Goni (Cho Seung-woo), da squattrinato giocatore di hwatoo (un gioco simile al poker) diventa il “Tazza” del titolo, ovvero (in dialetto coreano) un campione che gioca al meglio delle sue capacità.
Il percorso che lo porterà ad affrontare i campioni supremi di hwatoo non sarà facile, come è lecito immaginare, ed è (anche) grazie all’aiuto di Pyung (Baek Yun-shik, già interprete di The Big Swindle), un formidabile giocatore ritiratosi dalle scene, che Goni arriva a sfidare il boss della malavita Kwak (Kim Eung-su) e il perfido Agwee (Kim Yon-seok), il quale ha un vecchio conto in sospeso col maestro Pyung. A questo si aggiunga l’immancabile femme fatale nonché letale donna d’affari Madame Jeong (la bellissima Kim Hye-so, ospite mozzafiato alla presente edizione del FEFF), il cui fascino riesce facilmente a scalfire la corazza di Goni, che diventa suo compagno di affari e non solo.
Non ci si deve sorprendere se la durata di Tazza arriva a sfiorare le due ore e mezza, visto che una delle caratteristiche (o difetti) del cinema sudcoreano contemporaneo è quello di allungare i film oltre il dovuto, dove spesso e volentieri una sforbiciata di almeno una mezz’oretta sarebbe d’uopo. In questo caso però il gioco, sebbene lungo, è anche abbastanza piacevole: merito in parte della funambolica sceneggiatura, che nonostante il fare perno attorno al personaggio di Goni, è ricca di stravolgimenti e cambi di scenario, quasi fosse divisa in macroblocchi, ma anche delle doti registiche di Choi che pur scegliendo uno stile che ammicca vistosamente al cinema statunitense – in termini di tempi e ritmo, ma non solo – riesce comunque a mantenere la sua impronta personale. Ed è nelle numerose scene che vedono Goni sfidare i suoi avversari che si trova il meglio di Tazza, con riprese ravvicinate, montaggio frenetico e una costruzione della tensione (quasi) sempre azzeccata: lo spettatore occidentale non si preoccupi, visto che non serve conoscere le regole dello hwatoo per riuscire a divertirsi con questo film.

 

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