Ten Years

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Ten Years è un film hongkonghese “indipendente”(?), low budget e ad episodi dalla resa mediamente amatoriale. Perché se ne parla così tanto? Perché la sua caratteristica principale è quella di essere un film di aperta propaganda anticinese. Non critica o altro, propaganda nuda e cruda. Esistono straordinari esempi di cinema di propaganda nella storia.
Pero’, soprassedendo al fatto che una propaganda che anziché glorificare il bello del proprio paese ne attacca pretestuosamente un altro è atteggiamento mediamente di tendenza destrorsa e razzista, il problema a monte è un altro.
Hong Kong esce da un periodo abbastanza teso, scosso da intense manifestazioni di piazza sulla cui genuinità non intendiamo approfondire in questa sede. Ma nel momento in cui il Tibet non “tira” più (avete idea di dove sono finiti tutti coloro che lottavano per i diritti del Tibet? Per chi è interessato al tema consigliamo questo libro che offre una visione altra e non allineata della questione Tibetana) e anche le proteste delle varie minoranze etniche sono sempre più esili, sembra quasi che Hong Kong sia diventata la nuova testa di ponte per destabilizzare la Cina, come avvenuto in molti altri paesi con dinamiche identiche nell’ultimo decennio.
Ten Years è il frutto di questo flusso. Ma non c’è bisogno di guardare a trent’anni fa per vedere la possibilità di un cinema politico e tagliente ad Hong Kong e che allora subì pesanti censure (pensiamo solo ai casi di Dangerous Encounters di Tsui Hark o Nomad di Patrick Tam) perché si può anche solo gettare gli occhi al 2014 e a The Midnight After per trovare opere che oltre ad essere colte e taglienti a livello sociale rappresentano macigni di monumentale rilevanza cinematografica. Evidentemente ad Hong Kong ora non c’è bisogno di un buon cinema riflesso di tensioni locali e bisogni popolari ma serve un oggetto banale, retorico e costruito con una consapevole competenza dei livelli più bassi della comunicazione per veicolare messaggi specifici ad una parte ben definita della popolazione. Perché come la rivolta “colorata” che ha agitato l’ex colonia inglese non è stata fermata dalle violenze della polizia (esili a ben guardare, specie se rapportate ad azioni simili in altri paesi del mondo, Italia in primis) ma da una parte stessa della popolazione contraria e irritata da quel movimento, così la gloria del film a livelli di maggiore visibilità e la sua vittoria inspiegabile come miglior film ai 35esimi Hong Kong Film Awards sono stati stemperati sempre dagli stessi hongkonghesi, in questo caso i produttori e distributori locali, irritati e increduli che hanno agitato sentite rimostranze.
A ben guardare Ten Years, verrebbe da ridere e in effetti il Governo Centrale avrebbe fatto più bella figura a buttarla in burla vista la vacuità irrazionale e ridicola del prodotto.
Ten Years attacca frontalmente la Cina. Ne attacca il fatto di demolire Hong Kong sia urbanisticamente che umanamente praticando lo sterminio della popolazione, elogia i giovani che si sono immolati e hanno sacrificato la vita per la libertà, rivela i retroscena di un attacco terroristico ordito dalla Cina per creare tensioni e ottenere il favore popolare, denuncia l’imposizione della lingua mandarina (e questo è l’elemento che più emerge nel film, probabilmente nella maniera più onesta e sentita), mostra interviste, sequestri di persona, torture e bande di “balilla” rossi che marciano per la città come delatori con atteggiamento da bulli triadosi.
Tutti eventi ovviamente mai avvenuti nella realtà storica del 2016.
Quindi? Quindi si è deciso di ambientare allegramente il film 10 anni dopo, nel 2025 e rendere “colpevole” la Cina di tutto quello citato sopra. Dietro un dichiarato intento distopico c’è un’accusa pesantissima e priva di rilevante fondamento verso un paese. Davvero da ridere come cosa se non fosse che molta gente, anche se non troppa, ha preso tutto ciò in maniera fin troppo seria.
A peggiorare l’oggetto filmico in sé è una totale lontananza da ogni qualità prettamente cinematografica (c’è davvero poco cinema di pregio nell’intera metrica) in virtù di una grossolana e ambigua propaganda di interventismo popolare che però può attivare reazioni insperate in uno spettatore non particolarmente attento e privo di una elaborata capacità di interpretazione.
Interviste false, frammenti rapidi di repertorio delle agitazioni di due anni fa e gran finale con un protagonista che si chiama Zio Sam (sigh!) che ammicca ad una complicità di azione sia nei confronti di Taiwan che del Giappone, entrambi paesi dotati di storiche tensioni mai totalmente sopite nei confronti della Cina.
Ten Years è quanto di peggio potessimo aspettarci da un cinema che abbiamo sempre amato e che rappresenta la base fondante di Asian Feast. Fatti i debiti paragoni e rapportato all’Italia, sembra un film prodotto dalla Lega Nord.

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