Tetsuo: The Bullet Man

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Tetsuo The Bullet ManPer un regista, la più grande difficoltà nel creare un film d’esportazione (cioè: dichiaratamente destinato al circuito internazionale, in questo caso, quello statunitense) sta nel bilanciare le giuste dosi di libertà e costrizioni produttive, in altre parole, vendersi ma senza rinnegare la propria poetica e le proprie vocazioni autoriali. Francois Truffaut lo definirebbe “travestirsi”, ovvero mettersi addosso un sacco di addobbi allettanti che richiamino il pubblico che si vuole conquistare, ma nel contempo stesso, senza perdere ciò che sta al di sotto del vestito, il corpo, l’essenza del proprio Cinema, il carattere e il mood che rendono un autore unicamente lui, un Tsukamoto unicamente Tsukamoto.

Sono diversi i registi falliti nell’intento, che hanno sacrificato più di quanto potevano, che si sono addobbati così tanto da diventare alberi di natale, dimenticando la propria coerenza e gli ideali che l’hanno portato dietro la macchina da presa, e ad un’occhiata superficiale verso questa nuova opera di Tsukamoto, Tetsuo: The Bullet Man, è facile pensare la stessa cosa. Abbiamo non solo un attore americano (Eric Bossick), ma soprattutto, ci troviamo davanti quel difetto evidente in cui molto spesso cadono gli autori orientali in trasferta internazionale: dicono troppo. Questo nuovo capitolo di Tetsuo ha perso la capacità di rendersi astratto, di lasciare il non detto all’evocazione dell’immagine e del suo scorrere: col nuovo pubblico americano che l’autore vuole conquistare, tutto deve essere spiegato fino al minimo dettaglio, il plot non deve avere buchi neri di mistero, perché l’audience pretende di capire ogni cosa, ogni perché che si celi dietro ogni scelta ed ogni azione dei personaggi. Un compromesso a cui Tsukamoto deve sottostare necessariamente, di cui è consapevole, perché è il prezzo da pagare se vuoi andare nelle terre a stelle e strisce, un sacrificio nella scrittura della sceneggiatura che però, non deve compromettere il controllo della macchina da presa e della cabina da montaggio. Attenzione a non farsi ingannare dagli addobbi di questo Bullet Man, perché oltre la facciata della narrazione facilitata, abbiamo pugni duri che sputano sangue e olio più che mai: ciò che abbiamo davanti sarò anche un Tetsuo ferito e sceso a compromessi, ma è innegabile che respira Tsukamoto al 100%, molto più dei due Nightmare Detective precedenti del regista. Ci bastano i titoli di testa, con quel noise beat che martella in testa e dritto verso l’occhio, trafiggendolo di quelle lettere che compongono non più un nome, Tetsuo, ma un concetto che negli anni ha rivoluzionato il Cinema e influenzato giovani ormai grandi (uno su tutti: ovviamente Tarantino, che fu proprio uno dei primi ad aver proposto a Shinya di girare un Tetsuo americano). Tutti i marchi autoriali che abbiamo amato ritornano su schermo con brutale violenza, a cominciare da quella macchina da presa che trema sempre, incalzando e pestando l’immagine che ha ben poco di tutto l’ammasso di americanate che ci viene costantemente proposto al Cinema. Come i precedenti Tetsuo, anche The Bullet Man è uno stupro visivo, un’aggressione sensoriale data dalle composizioni delle immagini flashate e dei suoni sempre più rimbombanti: un esempio su tutti è la scena del sottopassaggio col bambino investito, di una violenza emotiva così animalesca e meccanica, una brutalità come difficilmente lo si può vedere in un film americano. Vediamo tanti personaggi morire a Hollywood, ma questa scena ha la composizione del migliore dei b-movie, di quelle delle quali si ha ancora paura perché troppo forti, troppo spietati e sadiche. E Tsukamoto sarà anche invecchiato, ma non ha di certo perso quella vena di sadismo che lo ha reso così grande, ed infatti, guardacaso, dentro quella macchina a fare il cattivo, c’è proprio lui in persona, con quello sguardo da psicopatico allucinato che ben conosciamo. E allora, in quanto sadico, Tsukamoto ci prende a pugni e ci sputa addosso, ci costringe a tapparci le orecchie perché sentire quel digrignare di carne sfracellata è una sfida difficile da affrontare, in quanto uscita dai peggiori incubi. In cabina da montaggio (perché non dimentichiamocelo: Tsukamoto è anche uno dei montatori più aggressivi del panorama giapponese), fa un continuo spezzare e deframmentare l’azione, un battere il ritmo di un videoclip malato ed impazzito, difficile da seguire perché priva di integrità e geometria; tutto è spezzato, fatto a brandelli, in piccoli frammenti assassini che decompongono il nostro mondo in un caos percettivo.

Il corpo è ancora putrefatto, l’uomo è diventato macchina da guerra, nuovamente.

 

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