The 18 Bronzemen

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The 18 Bronzemen è ritenuto ormai un classico nel sottogenere degli “Shaolin movie”. Contiene tutti gli elementi fondamentali creati dal duo Chang Cheh e Liu Chia-liang, anche se siamo lontani anni luce dal capolavoro definitivo The 36th Chamber of Shaolin (1978). Nonostante ciò, il film convince grazie ad una regia calibrata e all’esperienza d’attori come Carter Huang (Wong), Polly Shang-kuan e Chang Yi. Ma partiamo dall’inizio.

Durante l’invasione Manchù in China, il generale Kuan muore eroicamente per difendere gli ideali della dinastia Ming. Suo figlio Shao Long, unico sopravvissuto al massacro, viene protetto da un uomo fedele al padre che in attesa di mandarlo al monastero Shaolin lo sottopone a duri allenamenti fisici. Dopo quattro anni il ragazzo entra al monastero, dove vent’anni di duro addestramento lo trasformeranno in un “terminator”! Durante l’apprendistato, Shao Long fa amicizia con “fratello” Wan, un uomo risoluto e abile nelle arti marziali che lo aiuterà nell’allenamento motivandolo.
Superate tutte le prove, comprese quelle dei “diciotto bronzi”, test al quale solo i migliori hanno accesso, i due tornano al mondo civile.
Riallacciati i contatti con l’amico paterno, Shao Long viene a conoscenza dell’esecutore materiale dell’eccidio: tal “generale Kwan”, ora in una posizione di potere al governo.
Come se non bastasse, il giovane scopre di avere una promessa sposa, Miss Lu, abilissima guerriera anch’essa, pronta a sostenerlo nella vendetta.

Questo The 18 Bronzemen è diviso in tre segmenti ben distinti: la parte iniziale con il fatto scatenante, la fase centrale dedicata all’apprendistato dello stile/filosofia Shaolin e il gran finale con il faccia a faccia.
La maggior parte di questi film è divisa in tre atti, però quello che viene a mancare in questo caso è lo showdown finale, deludente se paragonato alle attese accumulate.
Gli ultimi dieci minuti sono ben orchestrati, il generale Kwan con l’aiuto di tre suoi sosia si batte contro Shao Long, la moglie e fratello Wan, vendendo cara la pelle; è solo grazie ad uno stratagemma di questi che il perfido generale soccomberà.
Tecnica che verrà poi ripresa per abbattere quel “bastardo” di Pai Mei nel classico Executioners from Shaolin (1977).

La fase saliente del film è tutta nella sequenza dell’addestramento al tempio con la prova dei diciotto bronzi. Test che affina i sensi già sviluppati dei giovani guerrieri fino a renderli imbattibili o quasi.
Prendete un “dungeon” costellatelo di pareti semoventi munite di spuntoni d’acciaio, dardi/frecce che schizzano ovunque e monaci in armature bronzee pronti a massacrare. Bloccate l’uscita con un pentolone bollente da sollevare rigorosamente a forza d’avambracci ed avrete la vostra bella prova dei diciotto bronzi.
Inevitabile non pensare all’arcinota serie Kung Fu (1972-75), compreso tatuaggio del drago marchiato a fuoco.
Il resto del film corre frettolosamente verso la chiusura, gli evidenti buchi di sceneggiatura sono tappati dal regista con furbissimi flashback.
I meriti maggiori questa volta vanno indubbiamente ai quattro protagonisti, primo fra tutti il grande Carter Huang (fratello Wan); lo ricordo sempre con piacere in Grosso Guaio a Chinatown (1986) nel ruolo di Thunder.

La bella Polly Shang-kuan (Miss Lu) regina indiscussa delle mazzate a Taiwan – una cinquantina di film per lei – meriterebbe uno speciale tutto suo.
Chang Yi (Generale Kwan) era stato già protagonista del violento Campane a Morto per la Vendetta di Chang Fu (1968) e di svariate altre pellicole.
Infine Tien Peng (Shao Long) veterano del wuxiapian, con decine e decine di film tra i quali Dragon Gate Inn (1967) e A Touch of Zen (1971).

The 18 Bronzemen pur non avendo l’impatto visivo dei film di Chang Cheh, né l’apparato filosofico creato da Liu Chia-liang, riesce ad intrattenere senza annoiare.
Solo per veri discepoli Shaolin!

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