The Age of Shadows

Voto dell'autore: 4/5
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Coerentemente con il suo eclettismo anticonformista, dopo aver dichiarato di rifarsi a modelli occidentali e aver girato un film a Hollywood, Kim Jee-woon stavolta sceglie un tema coreanissimo come il periodo storico del colonialismo giapponese, dedicandosi pure alla stesura del copione in prima persona.

Se invece c’è una cosa a cui il regista, fin dal suo esordio, è sempre stato fedele è la confezione stilosa e curatissima in ogni aspetto. The Age of Shadows può vantare ottimi attori, una fotografia fatta di ombre e luci oblique che ben si adatta all’oscurità dell’epoca trattata, movimenti di macchina eleganti che in qualche piano sequenza ardito lasciano a bocca aperta.
Certo l’eccessiva durata è innegabile. Anche concedendo la presenza di diversi episodi spalmati in un largo arco temporale, lo spazio per sforbiciare e alleggerire c’era tutto. Inoltre in un primo momento seguire il dipanarsi di trame ingarbugliate ordite da una pletora di personaggi può risultare impegnativo.

Tuttavia ben presto ci si lascia risucchiare dalla forza della storia, tesa e solida, che vede un manipolo di anti-giapponesi, capitanati dal nobile eroe bello e buono di turno, in missione per trasportare e piazzare esplosivo tra i militari nemici. Strada facendo si accumulano spionaggio e controspionaggio, doppi e tripli giochi, sparatorie, esplosioni, imboscate, inseguimenti e torture brutali, tanto in voga nei film sul passato della penisola.
Siamo dalle parti di Assassination – super-produzione del 2015 che aveva appassionato l’intero paese, un po’ per l’argomento storico e un po’ per la bella protagonista – ma con l’aggiunta di una piacevole serie di sequenze memorabili e di un atteggiamento dei ribelli più cruento e verosimile. In effetti i membri dei “Corpi Eroici” non si fanno molti scrupoli, differentemente da precedenti rappresentazioni dei ribelli edulcorate e idealizzate, e ricorrono senza complimenti a violenze e raggiri.

Inoltre Kim ha quasi completamente epurato ogni elemento comico, tanto che il personaggio di Song Kang-ho, che ci ha abituati al suo gigioneggiare e farfugliare, pare a dir poco anomalo, pur riuscendo senza ombra di dubbio a marcare una prova attoriale notevole.
Questionabile invece la solita rappresentazione dei giapponesi come concentrato di male assoluto, un impero di Vega contro i Goldrake della Resistenza Coreana, ma l’impegno patriottico è solo la punta dell’iceberg di questo noir. Infatti il suo fulcro più significativo e rilevante è centrato sull’idea che non sia possibile fermare la Resistenza. Il ricambio continuo di uomini, il risollevarsi dalle ceneri, il proseguire in modo eroico da dove altri sono caduti è nientemeno che il naturale e necessario percorso di una fenice immortale destinata presto o tardi a spiccare il volo. Trovano così giustificazione anche gli atti di violenza e di terrorismo perpetrati dai ribelli, mezzo efficace e pertanto valido nell’opposizione a un regime dittatoriale.

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