The Ancient Dogoo Girl

Voto dell'autore: 3/5
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“Doki Doki Wave!”

Sinossi:

Makoto è un hikikomori, ovvero uno di quei giovani che per scelta e timidezza si segregano dal resto del mondo. Un giorno aiutando il padre archeologo in alcuni scavi si imbatte in Doguchan e Dokigoro seppelliti in una foresta. La fanciulla si risveglia da un sonno millenario per dare la caccia agli orchi che si nascondono tra gli umani e imprigionarli grazie alla sua Doki Doki Wave, una sorta di onda energetica emessa direttamente dal suo seno.

Rece:

Nemmeno al più sprovveduto fan del v-cinema nipponico sfugge che Iguchi Noboru (regista del mai troppo dileggiato The Machine Girl) e il suo clan stessero abbassando sempre più gli standard qualitativi di questo settore. Il talento registico purtroppo non è di casa da quelle parti e mentre qualcuno del gruppo come Yamaguchi Yudai riesce a progredire e migliorare evolvendo da un mediocre Battlefield Baseball all’ottimo Tamami – The Baby’s Curse gli altri rimangono al palo e le loro prove sono spesso il solito pastiche di gomma splatter e nonsense nipponico portato a livelli talmente alti da irritare chiunque ami certo cinema.

Kodai Shoujo Doguchan si colloca nei progetti collaterali di questo gruppo di cineasti e mostra il fianco proprio lì dove va ad eccedere in certi aspetti negativi tipici delle loro opere. I produttori erano già stati responsabili del buon restyling di una delle icone classiche del tokusatsu vista in Lion-Maru G. Purtroppo svanito l’effetto novità del sovraesporre il lato oscuro del genere mandando il povero Lion Maru a combattere tra spacciatori e prostitute nei quartieri loschi di Tokyo, non sonopoi stati capaci di dare vita a qualcosa di realmente buono con Doguchan.

Certo non si può negare che ci abbiano provato, ma alla volontà di rinnovare e sperimentare su un genere si accosta l’incapacità di molti degli esecutori. Per questo la serie viaggia a corrente alterna. Da una parte gli insostenibili episodi di Iguchi che si riserva l’onore di girare il dittico iniziale e quello finale, dall’altra episodi più fortunati come quello diretto da Shimizu Takashi e alcuni del bravo Toyoshima Keisuke.

Negli episodi di Iguchi il personaggio di Doguchan per esempio è una semplice bambolina che strilla e strepita deformata in faccine Kawaai per la maggior parte del tempo. Visto il formato televisivo  il tutto non può essere infarcito di sangue e budello e allora via di idiozia e fan service spietato. D’altra parte il costume concepito dal bravo fumettista Isashi Eguchi, esperto disegnatore di fanciulle, è adatto allo scopo e mette in evidenza le burrose curve di Yazawa Erika. Allo stesso modo nel secondo episodio la pornostar Honoka sfoggia un costume da ape con due seni enormi che tirano fuori dei tremendi pungiglioni. Peccato però che in tutto questo ci si scordi per strada i combattimenti, che se qualcuno non lo avesse ancora chiaro, sono e saranno per sempre l’elemento fondante del genere tokusatsu a meno di improbabili rivoluzioni stilistiche.

Proprio al riguardo di rivoluzioni stilistiche bisogna però dare atto a Doguchan che in alcuni episodi la cosa riesce. In maniera furbesca a volte, magari raffazzonata, però effettivamente riesce e non si possono in questo caso non citare alcuni episodi. Il buon Shimizu Takashi dimostra di non essere stato solo una meteora del J-horror e dà vita ad uno dei migliori. Il mostro cattivo è il proprietario di una fabbrica e rappresenta per l’appunto l’orco del capitalismo con fattezze di granchio, interpretato da un Iguchi Noboru camuffato del simbolismo esoterico militaresco che viene dritto dalla fantascienza degli anni 50 americana. Doguchan per sconfiggerlo e liberare gli schiavizzati operai della sua fabbrica dà in pasto al suo pupazzetto Dokigoro Il Capitale di Karl Marx e lo inonda delle parole del “capolavoro del maestro”.

Altro episodio notevole è certamente quello diretto da Miyake ove i toni sono cupamente horror e si narra la classica e tristissima storia di perdita e assenze tipiche del genere. Il meglio però è rappresentato da due episodi diretti da Toyoshima. Mentre uno è un omaggio ai film sulle Sukeban (le teppiste giapponesi) con Doguchan e una compagna di classe che sfidano degli orchi in marinaretta atteggiandosi e presentandosi come faceva la migliore Meiko Kaji negli omologhi, l’altro è oltre tutto deliziosamente politico e critico verso la censura. La bella Yumi Adachi è una cattiva bendata che va al potere e domina la nazione imponendo un regime di censura sempre più stretto. La realtà stessa incomincia a sgretolarsi in pixel con lo stesso effetto visivo tipico della pornografia giapponese. Lo stile messo in piedi è ottimo e si stenta a credere che le cose migliori siano state fatte dal regista meno indiziato per poterle fare, tra l’altro con uno stile deliziosamente pop pieno di inventiva e sperimentale. Alla fine è questa è una delle poche cose che rimangono di Doguchan, serie storpia e raddrizzata solo da questi episodi sporadici e dotata di uno dei finali più inutili e scontati nella storia del tokusatsu. Un’altra è probabilmente il costume di Doguchan con la Yazawa che ballonzola qua e là e il suo pupazzo Dokigoro ispirato per l’appunto alle misteriose statue Dogū del periodo preistorico giapponese (Jōmon). E’ decisamente innegabile il potere delle tette ed almeno su questo è difficile trovar qualcuno pronto a negarlo.

Oltre la serie esiste anche un film, che dovrebbe essere frutto dell’assemblaggio di tutte le puntate con qualche frammento di materiale che era rimasto fuori dalla serie stessa, ed uscito ovviamente solo per il mercato dvd.

Galleria eroi:

Galleria nemici:

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