The Avenging Quartet

Voto dell'autore: 3/5
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The Avenging QuartetCina vs Giappone: 0-0.

Nel  parlare e sparlare di The Avenging Quartet si arriverebbe prima o poi ad una conclusione fissa, quindi tanto vale dirlo subito. Il film è mero pretesto -e in questo funziona, per carità- per mettere in scena nello stesso film quattro tra le più abili e note combattenti marziali cinematografiche asiatiche (e non solo): Moon Lee (Mr. Vampire), Cynthia Khan (Madame City Hunter), Yukari Oshima (Story of Ricky) e Michiko Nishiwaki (God of Gamblers).

Le marche enunciatrici del genere ci sono tutte, compresi i set, capannoni abbandonati, boschetti esotici e qualche architettura urbana. La storia, semplice ed elementare vede una ragazza cercare l’uomo che ama ed imbattersi in un altra ragazza che sta proprio con quello. Lui, Waise Lee, è cacciato da una giapponese per vendere un dipinto ad un altra giapponese. Tutta questa folla alla fine logicamente si incontra, sommata ad altre comparse/carne da macello. Il pre-finale è violentissimo e brutale, fatto di scontri marziali tra le fiamme, sparatorie, esplosioni, corpi crivellati, trafitti, penetrati da assi e lame, bruciati; mentre il finale vero e proprio appartiene a quelli modellati (meraviglia di Hong Kong) sul terminare prima della fine della narrazione, lasciando solo intuire quindi ciò che è ben evidente che accadrà (come era, per citare un esempio molto simile, in Hero of Tomorrow)

Ogni apparizione in scena di Yukari Oshima (anche se rara) illumina lo schermo e ci regala uno splendido scontro di arti marziali in palestra contro Michiko Nishiwaki oltre ad un breve scontro con armi giapponesi contro soldati volanti in stile ninja. Parallelamente la narrazione avanza per inerzia, senza annoiare, mostrando anche, di tanto in tanto, delle invenzioni notevoli, fratture dei raccordi consapevoli e una soggettiva/oggettiva di una corsa sulle scale di un grattacielo che si trasforma in un movimento spiraliforme verso il soffitto.

Non si può non citare inoltre una sequenza culto di pura follia dove i protagonisti vanno a cercare un amico tossicodipendente in un luogo di raduno collettivo di consumatori di stupefacenti. Trattasi architettonicamente di un edificio abbandonato ma si trasforma in una specie di inferno dantesco in cui decine di persone, perse nelle varie stanze, assumono ogni tipo di droga, tutti insieme; alcuni barcollano, altri si muovono come fossero portatori di handicap, alcuni tipo zombie cercano di ghermire le ragazze, altri giaciono in fattanza a terra, due lesbiche si baciano mentre un orribile graffito raffigurante un ripugnante Bart Simpson troneggia su un muro, in una fiera del nonsense del surrealismo acido assoluto.

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