The Blood of Rebirth

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [5,00/5: 1 voti]

Premessa n.1: la migliore recensione del film è l’intervista cha abbiamo fatto al regista al Nippon Connection.
Premessa n.2: Nel 2005, dopo alcuni film enormi (Pornostar, 9 Souls, Blue Spring) Toyoda raggiunge la sua vetta con l’inarrivabile Hanging Garden. E viene arrestato per possesso di “antidolorifici”, la sua carriera ha un brusco stop di tre anni. Questo Blood of Rebirth è il film del ritorno e della resurrezione anche artistica del regista che dopo il baratro tornerà e ritroverà la propria dimensione con lo spietato Monsters Club e il capolavoro I’m Flash! seguito dal mainstream Crows Explode.

E questo Blood of Rebirth sembra davvero una parabola della vita tumultuosa di Toyoda che dopo la morte artistica riemerge dall’inferno e torna a nuova vita a mordere e a riconquistare i propri spazi vergini.
In fin dei conti questo film tratto dall’opera kabuki Tôryû Oguri Hangan racconta ben poco: Oguri Hangan Daisukeshige, un rinomato massaggiatore è chiamato da un signorotto malato per alleviare i propri dolori ma da questo viene avvelenato. Nel viaggio verso l’aldilà sceglie di tornare sulla terra per terminare alcune cose in sospeso.
Come dichiara anche il regista non di film vero e proprio si tratta ma di musica visuale. Infatti l’essenza più vistosa dell’opera è quella di una paranoica e suggestiva partitura visiva frastornante accompagnata da una continua propulsione cullante di musiche e sonorità stratificate e di diversa entità, dal rock cacofonico a impennate “progressive”.
Il film in verità doveva essere muto ma dopo un test il regista ha deciso di utilizzare sferzate sonore dei Twin Tail, band con cui il regista collabora da tempo curando l’aspetto visivo delle loro performance e il cui percussionista (Tatsuya Nakamura) è il protagonista del film.
Un cocktail di viagra e lsd per occhi e spirito, questo è Hanging Garden, un profluvio di immagini ricercate, movimenti di macchina sinuosi, e ralenti il più delle volte utilizzati con gusto impagabile, sequenze pacate e ricercatissime, millimetriche a cui sono alternati sprazzi acidissimi e lisergici (il prefinale con le teste galleggianti). Più vicino a certa videoarte che a un cinema prettamente narrativo è un oggetto particolarissimo che affonda lo spettatore in un limbo caldo e etereo, lo immerge in un ventre ctonio protetto facendolo riemergere solo alla fine dalla pozza rigenerante di sangue immersa nella foresta. Opera parallela del regista, conferma della sua unica capacità di metteur en scène e un gradito e grandioso, epocale, ritorno sulle scene.

CONDIVIDI: